
Antonella Carta, è l’autrice del romanzo “Come nuvole di cotone” che prova a guardare con gli occhi di un diciasettenne il mondo che lo circonda. Famiglia, scuola, il rapporto con gli amici al di fuori della classe, ma soprattutto tutte le emozioni che scuotono dentro ad un adolescente. Il Capitano, ovvero il protagonista e la voce narrante del romanzo, ha un modo di esprimersi diverso rispetto ai suoi coetanei, a causa della sua disabilità. Non parla, ma questo non lo imprigiona nel suo mondo, anzi molte voi è lui stesso a dare forza agli altri, insegnando principalmente che nella vita non bisogna mai avere pregiudizi e non bisogna mai farsi condizionare dalle apparenze.
Al mondo esistono vari tipi di linguaggio: “Comunicare” significa rendere partecipi gli altri dei propri pensieri mediante la trasmissione di un messaggio. Il messaggio traduce l’idea che si ha nella mente in un insieme di segni (gesti, suoni, parole, immagini, oggetti), quindi può essere inviato attraverso vari linguaggi, che sono tutti tangibili allo stesso modo. L’unica vera e reale differenza sta nell’ascolto dell’interlocutore, che se è pronto all’ascolto gli basterà ascoltare anche solo attraverso il linguaggio degli occhi.
Antonella, in ogni capitolo, che sembrano pagine di diario, affronta i tipici problemi adolescenziali: la paura della solitudine, l’emarginazione dal gruppo, i problemi con i genitori, troppo presenti/troppo poco presenti, il bullismo, la violenza e infine un sentimento difficile da gestire come l’amore. Ma l’emozione più grande per l’autrice è quando un giorno “Come nuvole di cotone”, grazie alla regista Sabina Lanzafame diventa un cortometraggio. Il cortometraggio sarà proiettato il prossimo 3 Dicembre, in occasione della “Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità” a Napoli per partecipare all’evento “SCIENZABILMENTE“, iniziativa promossa da Rainbow – Diversamente RADIO TV.
Qualche giorno fa, abbiamo incontrato Antonella, in una delle prime giornate gelide e piovose di fine novembre, dove in cielo non si vedeva neanche una nuvola. Abbiamo chiacchierato a lungo facendoci conoscere il suo mondo di mamma, insegnante e scrittrice, tant’è che dopo qualche ora, nel cielo, si è intravista una nuvola di cotone.
«Nasce dalla mia esperienza come insegnante e come mamma di una bimba con disabilità, due elementi fondamentali della mia vita. Nel romanzo queste due realtà si coniugano nella figura del Capitano, adolescente con disabilità, che è protagonista e voce narrante. Non a caso il sottotitolo è “L’adolescenza raccontata con occhi diversi“, quelli del Capitano, che racconta di sé e dei propri compagni toccando alcuni dei temi più cari agli adolescenti».
«Il tema della comunicazione mi è sempre stato a cuore, ma in particolar modo da quando è emersa la disabilità di mia figlia. Anche lei, come il Capitano, non parla e la mia speranza è che anche per lei si possa trovare una via perché possa esprimersi facendosi capire dagli altri. Tante persone con disabilità sono nelle medesime condizioni e, per questo, spesso la società tende a pensare che dentro di loro non ci sia granché, quando, invece, queste persone hanno dentro un universo di pensieri ed emozioni e nella relazione con loro, verbali o meno che siano, è l’interlocutore quello che ne esce arricchito.
Non sono però solo le persone con disabilità ad avere a volte difficoltà nella comunicazione. Molti adulti, e altrettanti giovani, esprimono lo stesso disagio. Per cui, bisognerebbe lavorare tutti insieme per migliorare la qualità delle relazioni e secondo me tutto parte dalla disponibilità ad ascoltare veramente l’altro, senza pregiudizi, per cogliere ciò che davvero è, la sua essenza. Come dice il protagonista di Come nuvole di cotone: “per vedere veramente, bisogna chiudere gli occhi“, non farsi condizionare dalle apparenze».
«Come accennavo, spesso ci si fa condizionare da ciò che appare. Da qua nascono i pre-giudizi, ossia giudizi espressi “prima” di aver conosciuto qualcuno, una presunzione di conoscenza, direi. Il Capitano ha fatto di necessità virtù: costretto immobile in carrozzina, si è “specializzato” nell’osservare gli altri, ma solo quando ha metaforicamente chiuso gli occhi, ossia quando ha provato ad andare oltre l’apparenza, è arrivato a coglierne la parte più vera e profonda, quella che spesso mascheriamo anche quando è la nostra parte migliore».
«Ricordo il giorno in cui, insieme alla regista Sabina Lanzafame, abbiamo incontrato per la prima volta i ragazzi del Laboratorio teatrale del Liceo Boggio Lera di Catania, che sarebbero stati i nostri attori. La mia prima emozione è stata di sgomento: 20 ragazzi con lo sguardo curioso ma anche sperduto, visto che per loro era un’esperienza nuova. Il fatto è che la regista aveva già fatto dei corti, e anche con buon successo, ma io no; quindi, anche io, come i ragazzi, mi sentivo smarrita ma ho dovuto fare appello al mio autocontrollo e mostrarmi guida sicura, anche se dentro di me pensavo “Come farò?“.
Un attimo dopo però l’entusiasmo mi ha invasa e ho scritto una sceneggiatura che tenesse conto di ciascuno di loro creando almeno una battuta per ragazzo. Vederli nel tempo perdere l’iniziale timidezza e diventare attivi e addirittura propositivi, ciascuno con compiti extra oltre al ruolo di attore, è stata la soddisfazione più grande. Ce l’abbiamo fatta, tutti insieme, superando ogni difficoltà, compreso il disagio di dover recitare con le mascherine».
«Per il problema di cui parlavamo prima: la mancanza di reale comunicazione. I più tendono a pensare che essere disabile o avere in famiglia una persona con disabilità significhi necessariamente essere infelici. Nessuno nega che possa essere molto più difficile la quotidianità, ma spesso lo è perché la società crea barriere, fisiche e non, senza le quali la vita di e con una persona con disabilità sarebbe molto meno complicata. Ho conosciuto diverse persone con disabilità e a loro devo dire solo “grazie” per quanto mi hanno insegnato e per quanto mi hanno arricchita. A mia figlia in particolare devo tutto il mio buonumore; senza di lei è raro che rida. Lei mi ha insegnato a moltiplicare la forza, com’è scritto nella quarta di copertina del romanzo».
«Posso dire di essere nata con lei. Mi ha messa al mondo come madre ma anche come donna molto più forte di quanto non fossi in precedenza. Ha una risata contagiosissima, una dolcezza e una determinazione che la rendono un miscuglio di bellezza e, soprattutto, è l’essere più puro che abbia mai conosciuto: non ha mai fatto neanche un piccolo gesto per far del male agli altri, mai. Lei mi ha insegnato cosa sia l’amore.
Le mie paure riguardano il suo futuro in una società che vedo ancora troppo distante dalla realtà che noi famiglie con disabilità viviamo ogni giorno. Per questo m’impegno per quanto posso per poter far crescere, anche in piccola misura, il seme della conoscenza del nostro universo-diverso, che nella sostanza così diverso non è. Perché se c’è una cosa che può far avvicinare gli esseri umani, secondo me è proprio la conoscenza reciproca, quella autentica».
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