
Oggi, quando si parla di “narcisismo” tendenzialmente ci si riferisce a un interesse o una preoccupazione relativa al Sé su un continuum che va dalla sanità alla patologia. Si tende ad un’estrema valorizzazione di sé stessi ma spesso quello che ci tedia è il contesto socio-culturale; difatti il raggiungimento immediato della gratificazione è quanto più ci spinge nel baratro della frenesia.
L’origine etimologica del termine narcisismo deriva dal greco narkào che significa stordire, in relazione all’intenso profumo del relativo fiore. In ambito clinico e psicopatologico, questo termine è stato nel tempo utilizzato per riferirsi a vari fenomeni passando da una perversione a un fenomeno socioculturale, dal funzionamento psicotico di pazienti molto gravi a quello normale, a fasi dello sviluppo psicosessuale, a difese da angosce di tipo schizoparanoide e depressivo e ad un definito Disturbo della Personalità.
Secondo l’ultima edizione del “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali”, il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) sarebbe caratterizzato da tre aspetti principali:
⁃ La grandiosità
⁃ La necessità di ammirazione
⁃ La mancanza di empatia
Un livello elevato di narcisismo potrebbe indurre addirittura il soggetto a fare uso di alcol e di droghe. Ecco perché sottovalutare tale patologia potrebbe esser dannoso per il narcisista e per le vittime di questi soggetti.
Le persone con disturbo narcisistico di solito si rivolgono al terapeuta a seguito di un ribaltamento finanziario o minacce come la perdita percepita o reale dello status lavorativo, sanzioni disciplinari per comportamenti irresponsabili, di sfruttamento, aggressivi o di abuso di potere, la perdita della relazione con il partner o il figlio, o esiti negativi come la sospensione della patente, o altre infrazioni che derivano dalla grandiosità per cui “le regole non valgono per me”. Meno frequentemente, si rivolgono al terapeuta per mostrare se stessi, cercando attenzione e ammirazione e mancando sostanzialmente di voglia di cambiare.
Al Dottor Mario D’Onofrio, psicologo in servizio al Centro Diurno di Riabilitazione presso l’UOMS 28 (Unità Operativa di Salute Mentale) dell’Asl Napoli 1, al quale diamo merito della solida formazione e dell’indiscutibile professionalità, abbiamo chiesto delucidazioni riguardo questa patologia.
Il disturbo narcisistico sembra avere una componente sessuale o di genere per cui la diffusione non è uguale fra i due sessi: i maschi affetti sembrano più numerosi delle donne. Un paziente affetto da disturbo di personalità narcisista è molto complesso da agganciare, proprio in virtù della sua forte e rigida personalità. Riuscire a coinvolgerlo in un processo terapeutico è assai complesso, in primis perché difficilmente sarà l’individuo a farne richiesta, spesso iniziano una terapia sollecitati da familiari, in secundis la motivazione ad un lavoro di trasformazione su di sé sottenderebbe al fatto che sia una persona pienamente consapevole di una difficoltà, cosa che un soggetto affetto da tale disturbo difficilmente riuscirebbe a mettere in discussione. Questi intraprendono un trattamento psicoterapeutico nel momento in cui sviluppano stati depressivi che non sono più in grado di sostenere. Insieme ai sintomi di ansia e altri sintomi emotivi costituiscono il primo obiettivo del trattamento.
Indubbiamente è un processo molto lungo e complesso, sofferto e ricco di frustrazioni, sia per i professionisti che fanno la presa in carico, sia per l’assistito. Una presa in carico d’equipe credo che sia un aspetto importante per poter lavorare al meglio con una persona affetta da tale disturbo, perché potrebbe necessitare di un seguimento farmacologico, oltre che di tipo psicoterapico. L’esito del processo resta comunque sotteso alla volontà ed alla forza della persona.
Seguire un narcisista risulta di gran lunga più complesso rispetto alla vittima. Tuttavia, la vittima di un soggetto affetto da disturbo di personalità narcisistico pensa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei e che tutto ciò che ha subito se l’è, in qualche modo, meritato. Senza rendersene conto e lentamente entra in un processo di svalutazione, dissociazione e disumanizzazione: si sente inutile, sola ed umiliata. Senza tener conto che tutto questo vissuto di gioia prima, e di sofferenza poi, è legata ad una mera illusione in cui tutto ciò che è stato vissuto non è autentico ma frutto della manipolazione di un altro. L’aspetto più doloroso è quello di rendersi conto di essere dipendente non delle attenzioni del narcisista ma da ciò che ella stessa ha dato, facendola sentire importante. Purtroppo però allo stesso tempo è monca di un soggetto e non riesce ad elaborare la perdita.
La vittima, nella fase iniziale, proverà compassione per le problematiche del narcisista e si sentirà l’unica in grado di renderlo realmente felice. Attraverso questa dinamica scatta l’empatia della vittima per il proprio carnefice, notoriamente conosciuta quale sindrome da crocerossina. Seguendo la domanda, non è che la vittima si mostra propensa ma essa stessa ha delle fragilità irrisolte su cui si attivano gli atteggiamenti manipolativi del proprio carnefice, instaurando una relazione su un’empatia monodirezionale, di cui l’altro si nutre.
Personalmente rigirerei la domanda, oggi esiste un contesto relazionale in cui non sia posto al centro il proprio io? Ai social vi accendono un’infinità di persone tra le più disparate: dalle persone appartenenti ai contesti più abbienti a quelli più degradati. Si vive del mondo della massimizzazione non solo dell’immagine di sé ma di un sé totale virtuale, talvolta inautentico che travolge il quotidiano, mettendosi quasi in sovrapposizione. Oggi si fa molta fatica a distinguere il reale dal virtuale, perché in qualche modo si è diventati dipendenti dal secondo, senza il quale non si è riconosciuti come in vita.
Un ambiente malsano può vedere una persona affetta da tale disturbo protagonista di eventi criminosi ma non è la discriminante. Un qualunque individuo patologico o non patologico, se cresciuto in un contesto malavitoso può aderire con facilità ad un certo stile di vita ma non perché gli piaccia ma è quello che si conosce ed in cui ci riconosce, anche perché spesso vi si è esposti fin da bambini.
Indubbiamente il narcisista si palesa in relazioni di tipo sentimentale in cui può dare libero sfogo alla propria capacità di costruire illusioni ed architettare manipolazioni senza doversi svelare. Bisogna tener conto che le persone affetta da tale disturbo sono generalmente descritte come arroganti, presuntuose, egocentriche e altezzose ma nel lungo tempo, come il contesto lavorativo, inevitabilmente emergeranno non solo le proprie insicurezze ma anche le proprie incapacità che spingeranno ad uno svelamento del soggetto che, non riuscendo a reggere, abbandonerà per primo il campo.
Quando capisco il limite tra ostentazione spicciola e narcisismo patologico?
Capire il limite tra ostentazione e patologia è legato alla maturità esperienziale dell’individuo. Potrebbe essere di supporto, ma questo credo che possa valere per ogni approccio o principio di relazione, mantenere una posizione di ascolto e di osservazione cercando di farsi coinvolgere il meno possibile dall’altro, provando a collocarsi in una posizione interrogativa verso sé stesso e verso l’altro. Cercando di mettere in discussione quanto noi stessi siamo autentici e quanto l’altro stia cercando autenticamente di mostrarsi per ciò che è.
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