
Propinare l’epiteto “bimbominkia” a qualcuno è diffamazione; diventa aggravata se il neologismo è diffuso a mezzo social. Secondo l’Enciclopedia Treccani, per “bimbominkia” si intende un giovane utente dei siti di relazione sociale che si caratterizza, spesso in un quadro di precaria competenza linguistica e scarso spessore culturale, per un uso marcato di elementi tipici della scrittura enfatica, espressiva e ludica.
Secondo la Cassazione il termine non può essere utilizzato sui social perché definisce una persona con un quoziente intellettivo sotto la media.
Nella sentenza che contiene questa indicazione, il turpiloquio fu usato in un gruppo Facebook di più di circa duemila iscritti configurandosi quindi chiaramente in una diffamazione aggravata.
In passato si era trovato in giudizio in qualità di condannato, sempre dalla Cassazione, ad un risarcimento di 60mila euro per aver offeso la memoria del presidente del consiglio regionale Diego Moltrer, all’indomani della sua morte con appellativi come “vigliacco” e “infame” oltre che assassino, per via della sua passione per la caccia e per aver appoggiato la cattura di un’orsa.
A ricambiare l’offesa, questa volta, ci pensa un’amica dell’ex presidente del consiglio regionale del Trentino ed è subito “denuncia”.
L’iter processuale si è concluso qualche giorno fa quando la Suprema Corte ha messo la parola fine alla querelle tra i due, stabilendo che “bimbominkia” è una diffamazione malgrado il termine sia entrato a far parte del gergo popolare.
La Corte di Cassazione mette in guardia quindi chi si esprime in modo offensivo sui social invocando il diritto di critica.
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