
Gabriele Maucione, in arte Gab Spira, è un giovane artista di 22 anni. Cresciuto a Portici, si sposta a Milano per studiare ingegneria del suono. In quanto al tipo di musica che propone al suo pubblico Gabriele afferma: «Il mio pop è abbastanza nella direzione del cantautorato. Mi collocherei più nell’indie-pop. Nel mio caso però è un po’ difficile, ci sono una serie di brani che hanno un fraseggio abbastanza veloce che vanno più sul rap. Il mio presupposto è l’eterogeneità di genere».
Versi è il suo nuovo album, uscito il 6 novembre e disponibile già da ora anche su Spotify. A tal proposito Gab Spira ci rivela che i pezzi sono stati scritti prima del lockdown. «A tutti gli effetti sono un indipendente e mi scontro con tutte le difficoltà del caso», premette Gabriele.
«So che il mio lavoro tecnicamente non è il migliore del caso, ma l’approccio reale è dire qualcosa. Non essere il top, lasciare un messaggio. In secondo luogo vorrei davvero ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato nel progetto, sono davvero tanti e se li menzionassi di sicuro salterei qualcuno».
Poi parlando più specificamente della nuova pubblicazione, Gab Spira dichiara che «Versi sulle tematiche è una raccolta eterogenea di prospettive, i temi sono vari. C’è sia la sfera personale sentimentale, ma che anche qualcosa sull’impatto ambientale. Di sicuro l’aspetto più frequente è quello esistenziale. Proprio il brano Versi unifica un po’ le due sfere. Lo definirei l’anello di congiunzione fra amore e sfera esistenziale. Mi prenderò i tuoi occhi si colloca nella sfera sentimentale. Il pezzo è di un paio d’anni fa, penso sia davvero un bel brano.
Per la sfera sociale ci sono due brani: Genere umano e Dopodomani.
La prima canzone è un po’ allegrotta nei toni, però si scontra con la tematica drammatica del genere umano personificato in un solo individuo, che per vantarsi rivela i suoi difetti.
Il topic è quello delle conseguenze dell’uomo sulla Terra. Il genere umano racconta su linee ossimoriche il legame quasi ossessivo con ciò che lo circonda, che finisce per divenire quasi un paradosso.
Subito dopo c’è Dopodomani, che è più cattiva nella sonorità ed è ciò che a me piace. Incalza sull’interrogativo, su quello che stiamo facendo e quello che stiamo lasciando alla prossima generazione, finendo con: Ed io a mio figlio cosa racconto?».
«Ci sono molte analogie fra i due Gabriele (pre e post covid), è stato un periodo complicato perché abbiamo dovuto fare i conti con l’obbligo a restare con sé stessi, all’interno di quattro mura. In barche sicuramente questo approccio è insito nel pezzo. Barche è tutto un percorso, un trovare la risposta. La dimensione di barche è sicuramente analoga a quella del lockdown».
«Sono da un mese a Milano e sono anche risceso e poi risalito. Quindi sono un po’ disorientato in realtà. Ci sono, ma è come se non ci stessi. Vivo virtualmente la metropoli europea che sognavo, ma che per adesso non ho visto».
di Matteo Giacca
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