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Gab Spira e il suo album "Versi", a spasso tra l'indie-pop e il sociale

Redazione Informare
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13 novembre 20204 min di lettura

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Gab Spira e il suo album "Versi", a spasso tra l'indie-pop e il sociale

Gabriele Maucione, in arte Gab Spira, è un giovane artista di 22 anni. Cresciuto a Portici, si sposta a Milano per studiare ingegneria del suono. In quanto al tipo di musica che propone al suo pubblico Gabriele afferma: «Il mio pop è abbastanza nella direzione del cantautorato. Mi collocherei più nell’indie-pop. Nel mio caso però è un po’ difficile, ci sono una serie di brani che hanno un fraseggio abbastanza veloce che vanno più sul rap. Il mio presupposto è l’eterogeneità di genere».

Versi è il suo nuovo album, uscito il 6 novembre e disponibile già da ora anche su Spotify. A tal proposito Gab Spira ci rivela che i pezzi sono stati scritti prima del lockdown. «A tutti gli effetti sono un indipendente e mi scontro con tutte le difficoltà del caso», premette Gabriele.

«So che il mio lavoro tecnicamente non è il migliore del caso, ma l’approccio reale è dire qualcosa. Non essere il top, lasciare un messaggio. In secondo luogo vorrei davvero ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato nel progetto, sono davvero tanti e se li menzionassi di sicuro salterei qualcuno».

Poi parlando più specificamente della nuova pubblicazione, Gab Spira dichiara che «Versi sulle tematiche è una raccolta eterogenea di prospettive, i temi sono vari. C’è sia la sfera personale sentimentale, ma che anche qualcosa sull’impatto ambientale. Di sicuro l’aspetto più frequente è quello esistenziale. Proprio il brano Versi unifica un po’ le due sfere. Lo definirei l’anello di congiunzione fra amore e sfera esistenziale. Mi prenderò i tuoi occhi si colloca nella sfera sentimentale. Il pezzo è di un paio d’anni fa, penso sia davvero un bel brano.

Per la sfera sociale ci sono due brani: Genere umano e Dopodomani.
La prima canzone è un po’ allegrotta nei toni, però si scontra con la tematica drammatica del genere umano personificato in un solo individuo, che per vantarsi rivela i suoi difetti.
Il topic è quello delle conseguenze dell’uomo sulla Terra. Il genere umano racconta su linee ossimoriche il legame quasi ossessivo con ciò che lo circonda, che finisce per divenire quasi un paradosso.
Subito dopo c’è Dopodomani, che è più cattiva nella sonorità ed è ciò che a me piace. Incalza sull’interrogativo, su quello che stiamo facendo e quello che stiamo lasciando alla prossima generazione, finendo con: Ed io a mio figlio cosa racconto?».

Nel tuo pezzo Barche parlavi di dubbi, di mettersi in discussione. Mai come in questo momento mettersi in discussione è diventato quasi all’ordine del giorno. Cambierai il tuo modus operandi un volta superato questo periodo storico?

«Ci sono molte analogie fra i due Gabriele (pre e post covid), è stato un periodo complicato perché abbiamo dovuto fare i conti con l’obbligo a restare con sé stessi, all’interno di quattro mura. In barche sicuramente questo approccio è insito nel pezzo. Barche è tutto un percorso, un trovare la risposta. La dimensione di barche è sicuramente analoga a quella del lockdown».

Ora tu sei a Milano e studi ingegneria del suono. L’ambiente di lì ha cambiato il tuo modo di approcciarti all’arte?

«Sono da un mese a Milano e sono anche risceso e poi risalito. Quindi sono un po’ disorientato in realtà. Ci sono, ma è come se non ci stessi. Vivo virtualmente la metropoli europea che sognavo, ma che per adesso non ho visto».

Mentre dalle istituzioni il mestiere di artista (musicista, attore, lavoratore dello spettacolo) viene ancora visto come un intrattenimento, dimenticandosi della dignità di coloro i quali vivono con l’arte, il covid-19 può lasciare un segnale forte alla classe dirigente delle maestranze dello spettacolo?
«Sicuramente c’è un problema grosso qui in Italia, che stiamo riscontrando ma che sapevamo già: il mondo dello spettacolo, commerciale lavorativo, non è visto come tale. Non solo dalle istituzioni, ma da noi in primis. È un problema di sensibilizzazione. È una duplice mancanza perché non solo non veniamo visti come dei lavoratori, ma ci si dimentica che lavoriamo con l’arte, con la bellezza che sono parte dell’istruzione dei nostri sentimenti. “Arrendersi” all’idea che con l’arte si lavora ci renderebbe persone migliori, lavoratori migliori, elettori migliori. Questa cosa pare che non la sappia realmente nessuno.
Non so se questa pandemia migliorerà o peggiorerà questa dimensione, ma noto che si sta formando un bel nucleo organizzativo di lavoratori dello spettacolo e questo è sicuramente un lato positivo. Quel che si può fare sicuramente è continuare a testimoniare la bellezza dell’arte nella speranza che qualcuno ascolti prima o poi il suo grido strozzato».

di Matteo Giacca

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