
ID.Eight nasce dalla mente di Giuliana Borzillo, product manager napoletana, e Dong Seon Lee, designer coreano. Insieme hanno dato vita a una linea di sneakers sostenibili, prodotte riutilizzando bucce di mela, scarti delle foglie di ananas e avanzi di uva usata per il vino. La startup, nata meno di un anno fa, ha ricevuto grandi consensi: abbiamo parlato di questo e di tanto altro proprio con Giuliana.
Come è nata la vostra idea?

Se il mercato offre un prodotto sostenibile, ma antiestetico, diventa una cosa per pochi, non si arriva a sensibilizzare la massa. Abbiamo tentato di lavorare con una filiera il più possibile corta, con materiali prodotti in Italia: c’è un’azienda che recupera mele del Trentino, un’altra in Veneto che recupera gli scarti di vino, un’altra ancora che produce filati dal recupero della plastica.
Per contribuire all’abbassamento delle nostre emissioni, insieme alle sneakers, regaliamo una bomba di semi. Si tratta di una sfera di terra con all’interno dei semi, da piantare in un parco o dove meglio si crede: è un gesto concreto, per responsabilizzare il cliente».
Nonostante il periodo di emergenza sanitaria avete avuto un riscontro molto positivo: ve l’aspettavate?
«Assolutamente no, ed è stato anche un problema. Sia io che mio marito abbiamo altri lavori, e in due ci occupiamo della produzione, della ricerca dei materiali, delle spedizioni e dei contenuti sui social. Inoltre, abbiamo cercato di avere prezzi il più possibile democratici, senza vendere nei negozi, per renderlo accessibile a più persone possibile».
«Si, ne sono sicura. Da un lato la sostenibilità oggi è diventata una moda: le aziende si sono accorte dell’attenzione dei consumatori, che non si fanno più abbindolare. Il rischio è quello del greenwashing, dove i grandi marchi producono collezioni con un solo materiale sostenibile e si vendono come prodotto ecologico. Il rischio è che tutti provino a lucrarci, perdendo di vista quello che è il fine.
Sono comunque convinta che se i consumatori iniziassero a prendere consapevolezza, questo rischio si potrebbe limitare per creare una moda sostenibile».
di Marco Polli