
Quanto spesso, fra mass media e dibattito politico, sentiamo parlare di baby gang e “maranza”? C’è chi grida ad un’emergenza sociale ed incontrollata, e chi riduce il fenomeno definendolo come “falso problema”.
La realtà molto spesso, e legittimamente, risulta essere molto più complessa di ciò che vorremmo, e va oltre quelle che sono le polarizzazioni televisive e le semplificazioni. Il bullismo, ad esempio, è un fenomeno che non si sovrappone necessariamente a quello delle baby gang; spesso però ne è una sua integrazione.
Se il lavoro del giornalista è quello di informare, il suo primo obbligo è quello di partire da dati certi, studi e lavori di esperti che si siano occupati del fenomeno da raccontare. Sotto questo punto di vista, l’attenzione verso il fenomeno delle baby gang e dei “maranza” risulta essere paradossalmente una novità per il nostro Paese (fig.A), tanto che la letteratura e gli studi a riguardo sono limitati, e la maggior parte di questi sono stati svolti solo negli ultimi 10 anni.

«Quello delle cosiddette “baby gang” è un fenomeno nato negli Stati Uniti d’America, a Chicago, nelle prime metropoli che attiravano anche i flussi migratori. Certamente, in Europa è emblematico anche il caso delle banlieue parigine. L’Italia sta vivendo fondamentalmente le medesime dinamiche che moltissimi altri stati prima di noi hanno già vissuto. Però bisogna stare molto attenti a individuare la realtà dei dati statistici e quelle che sono invece le narrazioni che vanno ad esasperare il dibattito»: così la professoressa Sara Fariello, che tiene un corso di Sociologia delle devianze presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Vanvitelli di Caserta, con cui abbiamo avuto modo di parlare nell’ambito delle ricerche che abbiamo fatto per questo articolo.
La prof.ssa Fariello fa riferimento al fenomeno della devianza come «quella gamma di comportamenti che si discostano da una norma, non necessariamente di tipo giuridico, ma anche di tipo culturale, religioso, sociale che possono portare alla stigmatizzazione di un individuo rispetto alla società, sulla base di una diversità, di un’anomalia a fronte di ciò che è il comune sentire».
Proprio volendo attenersi ai dati statistici, in linea generale non è possibile affermare che in Italia vi sia un’emergenza sociale vera e propria in corso. La percentuale di crimini violenti nel tempo è diminuita, ma al contempo in proporzione rispetto al passato sono aumentati i reati o i comportamenti “deviati” esercitati in gruppo da ragazzi che vanno a costituire proprio quelle baby gang di cui giornali e letteratura si stanno occupando negli ultimi anni.
Più allarmato è Alessio Gallicola, Vicedirettore de “Il Tempo”, che insieme al cronista Roberto Arditti, il quale ci ha improvvisamente lasciati pochi giorni fa, ha scritto il libro “Piumini e catene – Storie di Maranza”, che racchiude 12 storie di cronaca legate al fenomeno dei “maranza”, a cui viene data una connotazione etnica, culturale e criminale ben precisa.
«Il fenomeno dei maranza ci potrebbe travolgere se non attentamente monitorato. Ma al di là di ogni giudizio, tali eventi sono la connotazione materiale del fallimento dello Stato e delle Istituzioni. Uno dei principali errori dello Stato italiano sotto questo punto di vista è quello di cercare di combattere il fenomeno delle baby gang allo stesso modo in cui in passato si è cercato di combattere le organizzazioni criminali di stampo mafioso, mentre risulterebbe necessario concentrarsi sul rapporto di questi ragazzi con famiglia, scuola e autorità» ha detto ai nostri microfoni Gallicola.
Ma le parole sono importanti, ed è Monja Taraschi, professoressa associata di Pedagogia generale e sociale presso l’Università Suor Orsola Benincasa a parlarcene: «Il termine “maranza” è già di per sé problematico: è un’etichetta che semplifica e rischia di stigmatizzare. Il disagio c’è, ma spesso viene raccontato male, come se fosse una questione etnica o culturale. In realtà molti di questi ragazzi sono seconde generazioni che faticano a sentirsi davvero parte della comunità. Non è un problema di “tipi di ragazzi”, ma di integrazione, o meglio, di inclusione, che funziona o che non funziona».
Il fenomeno delle baby gang in Italia, come racconta il dossier del 2022 “Le Gang Giovanili in Italia” (pubblicato da Transcrime e Università Cattolica del Sacro Cuore, di Savona Ernesto U., Dugato Marco e Villa Edoardo) è assolutamente variegato e di non semplice interpretazione.
Vi sono gruppi associati ed affiliati alle organizzazioni criminali di stampo mafioso, specialmente al sud, quasi come se quella delle gang giovanili costituisse una gavetta per la criminalità di “alto livello”, così come vi sono gruppi non organizzati, non verticistici e molto fluidi, che esercitano una violenza che potremmo definire “fine a se stessa”. Episodi di vero e proprio bullismo determinati dalla mera volontà di sopraffare l’altro, in crescita specialmente nel Nord Italia (fig. B – fig. C).


La ricerca di validazione da parte di questi ragazzi è certamente uno dei “formanti” del fenomeno della devianza. Che sia a causa di un’esclusione di tipo culturale, sociale o economica, la necessità della maggior parte dei ragazzi che pongono in essere comportamenti devianti è quella di sentirsi “visti” da una comunità che probabilmente fin da piccoli li ha presentati come scarti o individui da isolare e tenere lontani dai “frutti buoni” della bigotta società italiana, negandogli spazi e possibilità di rieducazione.
Tale ricerca di validazione viene esternata tramite azioni concrete, di violenza, prevaricazione e bullismo che spesso si riversano sul diverso, sul più debole, o sull’autorità stessa. Atti di bullismo che spesso si manifestano in ambiente scolastico.
Il disagio è duplice, nasce in seno al bullo, al “carnefice” e si riversa sulla vittima, che ne subisce conseguenze importanti anche sul lungo periodo. Proprio rispetto agli effetti che il bullismo può avere sulle vittime e alle sue possibili soluzioni, ci siamo confrontati con lo psicologo Elpidio Cecere.
«Nella mia esperienza clinica ho incontrato persone che, a distanza di vent’anni, portavano ancora i segni di quello che avevano vissuto a scuola. Non come ricordo spiacevole, ma come struttura psicologica vera e propria: difficoltà nelle relazioni, bassa autostima cronica, attacchi di panico in contesti sociali, o al contrario una rigidità difensiva che non lascia spazio a nessuno. Il bullismo subìto nell’infanzia è uno degli strumenti predittivi più solidi per lo sviluppo di disturbi d’ansia, depressione, e tendenze dissociative nei casi più gravi» racconta lo psicologo, al quale abbiamo posto altre domande sulla questione.
«Sul piano formale, qualcosa esiste. Le scuole hanno la possibilità di attivare sportelli di ascolto psicologico, ci sono linee guida ministeriali, protocolli d’intervento, numeri d’ascolto. Il problema non è la mancanza totale di strumenti, ma la loro applicazione frammentata ed episodica. Quello che manca, nella maggior parte dei casi, è la continuità. Uno sportello attivato due ore a settimana, con uno psicologo che cambia ogni anno scolastico, non costruisce nulla. La prevenzione efficace richiede presenza costante, fiducia consolidata nel tempo e soprattutto interventi che coinvolgano l’intero sistema: non solo la vittima, ma anche docenti e famiglie».
«La lacuna più grande, a mio avviso, è culturale prima ancora che strutturale. La scuola italiana fatica a riconoscere il bullismo come emergenza psicologica e lo tratta troppo spesso come problema disciplinare. Si convoca il consiglio di classe, si sospende il ragazzo aggressivo, si manda la comunicazione ai genitori. E poi? Il sistema torna a girare esattamente come prima. Il secondo problema è la formazione degli insegnanti. Non si può chiedere a un docente di riconoscere i segnali di una vittima di bullismo se nessuno gliel’ha mai insegnato. La lettura dei comportamenti, la gestione dei conflitti tra pari sono competenze che richiedono formazione specifica e aggiornamento continuo, non seminari una tantum. Il problema esiste, è serio, e merita risposte all’altezza»
di Domenico Barbato e Mario De Florio