
Esistono tanti elementi che vanno a creare un bel film: una sceneggiatura solida, una regia originale, una fotografia che sappia catturare l’essenza stessa della pellicola, degli attori capaci di mettere in scena una vasta gamma di emozioni con un semplice sguardo. I costumi non sono da meno. Sono trascorsi 75 anni dall’istituzione del Premio Oscar per i costumi e da allora la moda è diventata un elemento fondamentale per il cinema. Ma qui non si parla solo de’ Il diavolo veste Prada, dei film in costume, di un cappottino rosso in Schindler’s List o dell’iconico abito verde indossato da Keira Knightley in Atonement: spesso e volentieri gli abiti, nei film, veicolano messaggi ben più profondi di quanto la pellicola possa rivelare.
His girl friday, meglio noto in Italia come La signora del venerdì, è un film del 1940, diretto da Howard Hawks. In questa screwball comedy, Cary Grant e Rosalind Russell interpretano una coppia di giornalisti del Morning Post, divorziati, che si ritrovano a lavorare nuovamente assieme nonostante lei abbia deciso di abbandonare il proprio ruolo. Immersa nei ritmi frenetici del lavoro di giornalista, Hildy comprende di non poter fare a meno della propria carriera; il cambiamento è segnato dal cappello che indossa: se prima viene indossato in maniera elegante, “da signora”, nel momento in cui Hildy si rimette a lavoro la donna tira su la falda, trasformandolo quasi in un cappello da cowboy. Negando così la sua femminilità e il mondo verso cui si stava dirigendo, Hildy torna ad essere il «pal» di Walter, compagna di lavoro così come di vita.
Il cinema di Wong Kar-wai è sartoriale. Gli abiti indossati dai suoi personaggi sono strutture architettoniche che suggeriscono allo spettatore atmosfere e sentimenti che la sceneggiatura mette a tacere. In In the mood for love (2000), il cheongsam – un abito diffuso ad Hong Kong negli anni ‘60 – indossato da Su Li-zhen sottolinea i sottili cambi d’umore che la donna affronta, con stoffe decorate con fiori che le permettono di confondersi col suo appartamento, di essere invisibile. O, al contrario, è testimone del suo tentativo di aprirsi agli altri. È inoltre uno scambio di abiti a rivelare ai coniugi di Su Li-zhen e di Chow Mo-wan la relazione tra i due, attraverso un gioco di scambi che aiuta i protagonisti ad entrare nella pelle del coniuge dell’altro.
Restando nel mondo di Wong Kar-wai, osserviamo stavolta The hand, del 2004. Qui il sarto si trasforma in un moderno Pigmalione che modella l’immagine di Miss Hua attraverso i vestiti che realizza per lei. La stoffa, in questo caso, non divide due corpi: nell’universo di Wong Kar-wai essa unisce i protagonisti attraverso un legame erotico che non si ferma alle barriere fisiche. In The hand, che appartiene alla trilogia Eros affiancato da Equilibrium di Steven Soderbergh e Il filo pericoloso delle cose di Michelangelo Antonioni, la moda diventa il veicolo attraverso cui conoscersi reciprocamente: il sarto la usa per avvicinarsi all’essenza della donna, lei per fidarsi. Così facendo, sottolinea la caratteristica che accomuna cinema e moda: se nella moda ci sono ago e filo a tener unite le stoffe, nel cinema è la stessa pellicola ad essere cucita attraverso il montaggio, rendendoli così arti puramente sartoriali.