
Il concetto di società richiama quello di “uguaglianza”, cioè di identica posizione degli individui nei confronti delle norme che disciplinano i loro rapporti interpersonali e sociali. Questa nozione, è stata accolta anche nella legislazione degli Stati di ispirazione liberale e democratica come valore fondamentale. L’articolo 3 della nostra Costituzione inizia con queste parole:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Il senso di queste parole è chiaro: la “diversità ”-di genere, di provenienza geografica, reddito, cultura, ruolo professionale- che distingue gli individui all’interno della vita sociale non incide sulla loro posizione di cittadini dello Stato e sui diritti\doveri di cui come tali sono titolari. È dunque negata ogni forma di discriminazione tra le persone che espressamente contraddica tale principio: ad esempio, il licenziamento di un lavoratore per le sue idee politiche o per la religione che professa.
Ancora più significativo è però il proseguo dell’articolo:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Queste parole suggeriscono che l’uguaglianza non è per lo Stato solo un valore da tutelare, ma anche (e soprattutto) una condizione da promuovere. Affinchè l’uguaglianza diventi “sostanziale” e, dunque, una realtà concretamente presente nell’esperienza di vita delle persone piuttosto che unicamente “formale”, inteso come astratto principio proclamato dalla legge-, lo Stato deve intervenire attivamente, in modo da offrire a tutti le stesse possibilità di crescita e di partecipazione sociale. Ad esempio, il principio del libero accesso all’istruzione resterebbe sul piano dell’uguaglianza solo formale, e non sostanziale, se lo Stato non intervenisse con previdenze e aiuti economici nei confronti dei ragazzi meritevoli, ma appartenenti a famiglie meno abbienti, in modo da consentire loro la possibilità di studiare.
di Palmina Falco
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