
Esattamente un anno fa ci svegliavamo con le sigle di tutti i tg mattutini che annunciavano l’ennesimo scoppio (in questo caso ripresa) di un conflitto, un’ulteriore invasione che si sarebbe sommata a quelle già in corso in tutto il mondo. La guerra israelo-palestinese è ormai questione quasi secolare, ma negli ultimi 365 giorni si è inasprita enormemente: prima l’attacco di Hamas nei confronti di Israele, poi la risposta di quest’ultimo a Gaza e in Libano e, come ultimo avvenimento in ordine cronologico, l’ingresso massiccio e a 360 gradi dell’Iran nella controversia, con il “pericolo nucleare” come minaccia all’orizzonte. Una delle prime conseguenze che balza all’occhio corrisponde al numero delle vittime scaturite dagli scontri da un anno a questa parte: sono veramente tanti, troppi, i morti, e di tutte le parti coinvolte in causa. Proprio questa mattina Israele ha voluto commemorare i propri cittadini scomparsi il 7 ottobre scorso a seguito dell’iniziativa di Hamas. Tuttavia, la seconda notizia di giornata che arriva dal territorio israeliano è l’inizio di un’altra “operazione di terra in Libano”.
Come si dovrebbe commemorare una vittima civile di guerra? Sicuramente con cerimonie e fiori per l’improvvisa brutale scomparsa, accompagnate dagli immancabili pianti dei familiari che ne ricordano le azioni e le gesta quotidiane. Israele lo ha fatto diverse ore fa con veglie in tutto il Paese, in memoria della barbarie compiuta da Hamas l’anno scorso, dedicate anche agli ostaggi e ai soldati rimasti uccisi nel tentativo di salvarli. Fin qui tutto normale e secondo i canoni, ma pochi istanti dopo il governo di Netanyahu ha deciso di intraprendere un ulteriore attacco via terra in Libano. Si tratta di un paradosso clamoroso, indicibile: da un lato un’azione che sembra condannare la violenza di ogni guerra o conflitto; dall’altro la scelta di continuare con uno scempio che altro non farà che aumentare il numero dei morti, il più delle volte innocenti. Sia chiaro: la considerazione non è rivolta soltanto a Israele, bensì anche alle parti opposte, e cioè a tutti coloro che non si spendono e che non investono sulla pace. Essa è il fine ultimo da raggiungere, sempre, a prescindere dalle motivazioni delle ostilità in corso.
Né il governo israeliano né Hamas, insieme a Beirut e, da qualche settimana, all’Iran, hanno intenzione di fermare le rispettive offensive militari, nonostante il fatto che il numero delle vittime complessivo continui a salire. Dopo un anno però una cosa pare essere sicura: le differenze culturali, etiche e religiose in campo sono più importanti ed hanno la meglio rispetto alle vite spezzate ogni giorno. Sembra allora rivelarsi quasi inutile ricordare chi ha lasciato da innocente questo mondo, così come fatto questa mattina da Israele, se poi dopo si ricomincia ad essere protagonisti delle stesse azioni violente. Ecco perché il conflitto in Medio Oriente durerà ancora a lungo.