
Spesso il contesto in cui si nasce e si cresce fa la differenza nel percorso di formazione di un individuo. Non sempre si è così “fortunati” da essere inseriti già dalla nascita in una realtà sociale agiata, in cui sono forniti mezzi e strumenti per costruirsi autonomamente la propria strada. A volte la vita può essere più complessa ed insidiosa. Ci sono numerose circostanze in cui sin da ragazzo si viene posti dinanzi a delle sfide e la mancanza del supporto o dei consigli giusti possono portare a compiere la scelta sbagliata e ad imboccare la strada della delinquenza.
Finire in un carcere minorile, però, non deve essere considerata come una destinazione ultima, ma come un punto di partenza grazie al quale chiudere con il passato e dirigersi verso opportunità migliori. Nell’Istituto penale minorile di Nisida vi sono diverse ONLUS che si impegnano in questa direzione, al fine di abbattere la delinquenza sulla base dell’insegnamento dei principi di lavoro, rispetto e solidarietà. Monelli tra i fornelli è una di queste ed ha come scopo quello di formare i giovani nell’ambito della ristorazione.
«Siamo un’associazione giovane nata alla fine del 2015 da tre docenti del settore alberghiero, uno di sala, uno di cucina e uno di pasticceria». Così ci spiega Luca Pipolo, rappresentante dell’organizzazione. «Partiamo da corsi di formazione e portiamo poi i ragazzi in veri e propri contesti lavorativi. A parte questa parentesi ormai troppo lunga della pandemia, ci sono diverse strutture che appoggiano il nostro progetto, come Villa Marinella a via Tasso, Fondazione Banco di Napoli a via dei Tribunali e Tenuta Cigliano sulla collina degli Astroni».
La situazione emergenziale da Covid-19 ha senza dubbio rallentato l’azione di Monelli tra i fornelli per l’impossibilità di portare i giovani in esterna e per l’annullamento degli eventi calendarizzati sull’isola. Il lavoro dell’organizzazione si svolge coinvolgendo i ragazzi dell’Istituto in tutte le fasi, dalla pulizia e sanificazione degli ambienti, alla preparazione vera e propria fino a quanto concerne il servizio al pubblico.
«Noi insegniamo un mestiere, il ragazzo entra in una cucina ed inizia ad acquisire una concezione di come si sta in un ambiente lavorativo, del rispetto del gruppo e del creare in gruppo. Il corso di formazione è fondamentale per appropriarsi delle nozioni di base, ma i momenti centrali sono le uscite in esterna che comportano una gratificazione diversa nonché un compenso economico. Attualmente abbiamo due ragazzi che hanno iniziato un tirocinio di sei mesi pagato». Grazie a Ciro Ferrantino – cofondatore della ONLUS – viene insegnata ai minori anche l’arte della pasticceria con un progetto che funziona tutto l’anno e, in particolar modo, a Natale e Pasqua con la produzione rispettivamente di panettoni e colombe artigianali.
Il carcere minorile di Nisida si presenta come un ambiente di rieducazione, all’interno del quale vi sono più di un progetto di coinvolgimento dei ragazzi rinchiusi. «Noi siamo una delle tante associazioni che agiscono qui: c’è la ceramica, l’arte presepiale, il teatro, le attività cinofile, la pizzeria. Nel momento in cui entri in un contesto sociale del genere dove la gente è pronta a darti non una, ma tante altre opportunità, a seguirti, a formarti, ad insegnarti un lavoro, deve anche scattare una molla nell’individuo per riscattarsi». Il percorso di riabilitazione è, infatti, un meccanismo a due fattori: c’è bisogno della volontà del singolo ad abbandonare delle abitudini sbagliate e a intraprendere un percorso di onestà, rispetto e collaborazione.
«Salvarli significa che il ragazzo deve fare una cosa difficilissima, ovvero rinnegare le proprie origini e la propria famiglia ed è lo step più complicato. Nonostante ciò ci sono dei risultati: abbiamo dei giovani che in questi 5 anni hanno trovato soddisfazione in percorsi diversi e adesso stanno lavorando. Noi possiamo fare fino al 50%, il resto deve partire dalla loro volontà». Il progetto di rieducazione portato avanti sull’isola di Nisida è un bene per l’intera società. L’obiettivo è, infatti, quello di evitare che il ragazzo ricada nelle vecchie abitudini, riducendo così il numero di atti a delinquere.
«Ritengo che chiunque sia un fortunato, come me – conclude Luca Pipolo – debba fare qualcosa per il bene collettivo: è un dovere morale». Così, queste ONLUS agiscono nell’Istituto insegnando a credere nella possibilità di costruire qualcosa di bello con le proprie mani, per essere in grado di avere una seconda vita fuori dal carcere e lontano dalla criminalità.
di Silvia De Martino
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