
Quando si pensa alla commedia napoletana contemporanea, non si può non pensare ad uno dei volti più celebri: Carlo Buccirosso. Noto interprete cinematografico, da film come “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino a “Noi e la giulia” di Edoardo Leo (per la quale ha ricevuto il David di Donatello come Miglior attore non protagonista), ma soprattutto attore e regista teatrale da “…E fuori nevica” a “I compromessi sposi” fino al recentissimo “Due vedovi allegri” in scena al Teatro Augusteo di Napoli dal 23 dicembre 2021 al 16 gennaio 2022. Scritto, diretto ed interpretato da Buccirosso e, a fargli da spalla, un altro volto noto dello spettacolo italiano: Biagio Izzo.
Una carriera che ha un peso molto importante e che porta con sé un bagaglio di testi ed interpretazioni che arricchiscono e fanno evolvere sempre di più la tradizione della Commedia napoletana. In occasione dello spettacolo all’Augusteo, abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo, non solo sulla nuova commedia, ma soprattutto sul Teatro contemporaneo napoletano che conserva la tradizione ma, allo stesso tempo, ha una storia ancora tutta da scrivere.

«Già da qualche anno io e Biagio ci incontravamo nei vari teatri ed ho sempre pensato che sia giusto che, alle volte, dei “beniamini” si uniscano. Lo fanno molto spesso anche al cinema ed a teatro è una cosa altrettanto bella. Ho scritto il personaggio per Biagio praticamente cucendoglielo addosso, come ho fatto per tutti gli altri attori, e facendo arrivare il mio con un po’ di ritardo; di uno spettacolo penso sempre a curare prima gli altri personaggi e poi il mio lo aggiusto man mano che la commedia va avanti.
La simbiosi nasce dalla voglia di dare dieci motivi in più alla gente per venire a teatro: con tutte queste restrizioni, tra vari obblighi e mascherine, è come se si volesse allontanare il pubblico sempre di più. Ad ottobre, con la mia compagnia, ho portato in scena uno spettacolo che è andato molto bene con circa 900/1000 spettatori ogni sera, ma la mia voglia era quella di vedere la sala piena unendo due pubblici diversi: il mio e quello di Biagio. Ho pensato che il Teatro doveva avere una scossa ed è nata tra noi due un’ottima complicità con un solo obiettivo comune: far sorridere tutti i nostri spettatori; per me questa è l’unione vera».
«È molto importante perché è una forma di cultura e di trasmissione di sensazioni davvero unica. Entri in sala, ascolti una storia e provi delle emozioni. L’argomento che trattiamo in questo spettacolo è davvero importantissimo e molto toccante, mi sono dovuto documentare a fondo per poterne parlare al pubblico perché è molto delicato».

«Perché ne sapevo molto poco e volevo capire. Da agosto ho iniziato a documentarmi, parlando con medici ed esperti del campo e studiando sono riuscito non solo a saperne qualcosa in più, ma soprattutto a trasmetterlo al pubblico, cercando di non toccare la sensibilità di nessuno».
«Per me è fondamentale: la “tradizione” è una parola che non dimentico mai e che porto sempre in scena. Riguardo all’evoluzione, ho qualche dubbio perché sono sempre i classici che vanno avanti e vengono riproposti dai vari teatri. La tradizione è molto bella e ricca, ma in contemporanea non ci sono “grandi testi nuovi”.
Io scrivo testi molto moderni, parlo del sociale, e credo che il pubblico abbia voglia di ascoltare cose nuove e di emozionarsi davanti a storie diverse; ma allo stesso tempo che parlino dei problemi reali e di una famiglia nella vita di tutti i giorni. Quella di “Due vedovi allegri” è una di queste».

«La misura è la cosa più importante: se si riesce a tenerla anche a teatro, dopo non si fa fatica perché il passaggio al cinema è tuto lì. Il teatro è un quadro di lontananza, quindi l’attore è molto più libero nella sua gestualità di esprimersi, mentre nel cinema è molto più vicino, inquadrato, e si nota qualsiasi gesto che l’attore compie. Invece se già a teatro si riesce ad essere più misurati, il passaggio con il cinema diventa molto più semplice.
Ci sono attori che a teatro non riescono a trattenersi e dunque il passaggio al cinema è complicatissimo. A teatro “regna l’anarchia” perché quando si apre il sipario nessuno può fermarti se la scena è venuta male. Al cinema è tutto incredibilmente perfetto, mentre a teatro c’è l’imperfezione, c’è la vita».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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