
La parola EBREO ha la sua sorgente nella parola latina hebreus, in quella greca hebraiòs, ma soprattutto nell’aramaico ebhrai, che corrisponde all’ebraico ibhri, che significa letteralmente “che viene dall’altra parte (del fiume)”. Questo é. Si é così. Anche se, tradizionalmente, si fa risalire la parola “ebreo” ad uno dei patriarchi postdiluviani, tal EBER.
Nel libro della Genesi dopo una sfilza di nomi e un rendiconto di tutti gli anni vissuti da tutti i discendenti di ADAMO (e tra questi anche il citato Eber), arriviamo finalmente al “grande patriarca delle tre religioni monoteiste” (ebraismo, cristianesimo, islamismo) ABRAMO, figlio di Terach, fratello di Nacor e di Aran, marito della sorellastra Sara (stesso padre e madre diversa) da cui ebbe ISACCO e di Agar, madre di ISMAEL. Se si dice Abramo non si sbaglia: è una garanzia per tutte le religioni. Il “Dio di Abramo” è l’identità comune.
Si sa che nei piccoli paesi dove si conoscono tutti si é in uso di indicare un nuovo arrivato nella comunità, un forestiero, di passaggio per pochi mesi, qualche settimana o per tutta la vita, con l’aggettivo della provenienza: il mondragonese, il casalese, l’oggionese, il napoletano, il capuano, il minturnese, il procidano, il folignate…. Non è mettere le distanza ma dare una grammatica alla convivenza sociale. A Spoleto il folignate ha le sue idee e il suo parlare, come il lecchese a Bergamo. Sapendo l’origine che ci svela l’epiteto toponomico quelli del luogo sanno come comportarsi. Lo inquadrano, lo spiegano e lo rivelano agli altri del paese ed ogni dialogo e parola detta é più compresa.
Quell’aggettivo, per le regole della grammatica, diventa un sostantivo e sparisce solo con il tempo ed in pochissimi casi, casi miracolosi. Miracolosi. Ma forse mai. Anche se ti sei sposato una del posto ed i tuoi figli sono nati nel paese ci sarà sempre qualcuno che prima o poi dirà “Tu sei il figlio del maranese” (Marano di Napoli ndr). Abramo é l’ebreo, chi che viene dall’altra parte del fiume, ed i suoi discendenti sono ebrei, quelli che vengono dall’altra parte.
Vi sono delle tesi, ma poco conta, secondo cui la parola può anche significare il “proveniente dalla parte opposta”, e quindi “essere straniero”. Che ironia ed amarezza nella storia del popolo ebraico.
Castel Volturno era un piccolo paese alle foci del fiume Volturno che dal Monte Matese parte si buttava qui nel Tirreno. Il fiume divideva il territorio in due parti ed era unito da un ponte che garantiva continuità alla S.S. DOMITIANA, il ponte non ebbe mai la dignità di un nome ma fece bene il suo lavoro dal dopoguerra ad oggi. Il paese era sulla sponda sinistra del fiume dove vi era il castello ed il borgo, quindi chi attraversava il fiume erano di solito quelli dei casolari della destra Volturno e noi li chiamavano “Chilli da chill’atte” (trad. “Quelli dell’altra parte del fiume”) e non sapevamo che erano ebhrai (ebrei) aramaicamente parlando.
Castel Volturno si pronunciava tutto attaccato ma si scriveva staccato, una regola grammaticale che evidenzia la differenza tra quello che si dice e quello che si scrive ma nella realtà vi era un ponte senza nome che univa il paese ed un castello ad un fiume.
La zona a destra del fiume era paludosa e piena di acquitrini, buona per la sosta delle bufale, animali negri importati dall’Africa dai Romani, per la selvaggina e per la malaria. I luoghi avevano nomi in cui l’acqua era il codice genetico imprescindibile: Lavapiatti (o lagopiatto), Bagnara, Pescopagano.
Quando in paese arrivava “uno di quell’altra parte del fiume” c’era un moto d’animo misto di commozione, speranza e commiserazione: “Chilli da chill’atte” si esclamava e poi un sospiro. “Da dove vieni ora?” “Ora vengo da chi l’atte e mo me ne vaco (vado) a chi l’atte”
Poi i tempi a Castel Volturno cambiarono e durante lo sviluppo edilizio e turistico degli anni ’60, ’70 e 80, erano quelli del paese che andavano dall’altra parte a “Destra Volturno” per il lavoro nei supermarket, nei lidi balneari, nelle discoteche. Ma non solo dal paese castellano, da tutta la provincia di Caserta e Napoli (Aversa, Marano, Napoli, Qualiano, Casalnuovo, Caserta, Casal di Principe).
E “Chilli da Chill’atte” (trad. “Quelli dell’altra parte del fiume”) divennero anche gli altri. Tutti – anche ghanesi e ivoriani dagli anni ’90 e come è amara ed ironica la storia, senegalesi, nigeriani, iraniani, regine, principi, operai, commercialisti e latitanti – e in tutti
i modi – alla meglio, con sotterfugi e con perizia – attraversavano il fiume Volturno, chi lo attraversava da destra verso sinistra in direzione Mondragone e chi lo attraversava da sinistra a destra in direzione Pozzuoli con un ponte senza nome. Fummo tutti ebrei e nessuno ce lo disse.
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