“Una zona di sacrificio condita e ripiena che si prospetta rimanere tale ancora a lungo”
Nessuna mappa, nessuna traccia sul terreno. È bastato scavare qualche fossa qua e là per trovare tutt’altro che un tesoro: guaine, calcinacci, plastiche, amianto, fanghi di depurazione. L’anima nera del territorio di Acerra riaffiora ogni qual volta una ruspa addenta, scava e solleva. Le scorie sono state riportate alla luce più volte lungo le strade principali della zona industriale ASI. Il sospetto di una bomba ecologica fa rumore, forse troppo poco, laddove già trent’anni prima, la polizia di Stato sequestrò una discarica di veleni – mai bonificata – che percorreva per 2 km il tratto di fognatura tra l’ex-Montefibre e il depuratore di Caivano.
Siamo ad Acerra, nel secondo comune per grandezza e densità abitativa della Regione Campania, un tempo tra le zone più fertili della regione e oggi fulcro della Terra dei fuochi. A pochi chilometri dal centro abitato, non appena il paesaggio si fa rurale, sorge la zona industriale, realizzata tra il 2002 e il 2007 per ospitare un’ottantina di aziende.
Negli stessi anni, iniziava il processo a carico dei fratelli Pellini, particolarmente a loro agio nell’area industriale, di cui avevano da subito scoperto le potenzialità per lo smaltimento illecito dei rifiuti, grazie anche al sostegno di esponenti della pubblica amministrazione e membri delle forze dell’ordine. Nell’area industriale si trova gran parte degli impianti per il trattamento e lo stoccaggio dei rifiuti situati sul territorio acerrano. Il comune ne ospita attualmente 14, tra impianti di stoccaggio, recupero materia, messa in riserva e autodemolizione.
Per rendere l’idea della pressione ambientale esercitata sul comune, è inevitabile prendere in considerazione alcuni numeri. In tutta la Campania, secondo i dati Ispra, si producono ogni anno circa 2.500.000 t di rifiuti urbani.
Di questi, il 53% viene riciclato, mentre gran parte dei rifiuti restanti (ciò che non viene mandato all’estero) viene spedita direttamente al maxi-inceneritore di Acerra, tra i più grandi di Europa, che lavora a pieno ritmo dal 2009 e incenerisce non meno di 700.000 t/a di scarti, producendo circa 150.000 t di ceneri e scorie da smaltire senza tracciabilità certa. Le scorie prodotte dall’inceneritore fanno parte dei rifiuti speciali (industriali, artigianali, agricoli o derivanti dal trattamento di rifiuti urbani e delle acque reflue). In tutta la Campania ne vengono prodotti 6.800.000 t non pericolosi e circa 300.000 t pericolosi, che dovrebbero essere trattati nei vari impianti (mal) distribuiti sul territorio regionale.
Complessivamente, gli impianti situati ad Acerra sono in grado di trattare 3.843.230 tonnellate l’anno (t/a) di rifiuti – di cui oltre 370 mila t di rifiuti speciali pericolosi.
Se si guarda poi ai dati sui siti potenzialmente contaminati dell’Arpac – che si contraddistinguono per la pericolosità e quantità degli inquinanti presenti – vengono fuori altri impianti (autorizzati e non), adesso inattivi, ma in attesa di essere bonificati, alcuni dei quali appartenenti proprio alle aziende di smaltimento dei fratelli Pellini. Complessivamente ne sono 60 tra impianti di trattamento e stoccaggio, attività produttive, discariche abusive e spandimento di rifiuti sul suolo, andando a coprire una superficie di oltre 1.637.555 mq, gran parte all’interno e/o nei dintorni dell’ASI. Non sarà certo una coincidenza se nell’ambito della classificazione dei terreni agricoli dell’Arpac, realizzata dopo lo scandalo “Terra dei fuochi”, ad Acerra sono ben 67.944 i mq di terreno agricolo con divieto di produzioni agroalimentari e silvo-pastorali sui 300.847 totali individuati in Campania, (il 23%).
Un quadro inquietante che rende Acerra un perfetto esempio di “ingiustizia ambientale”, ovvero di iniqua distribuzione degli oneri e dei rischi, soprattutto nella consapevolezza dei danni in termini di impatto sanitario.
Nonostante i moniti dell’Istituto Superiore di Sanità riguardo l’esigenza di bonificare i suoli, delle bonifiche non si vede ombra, ma in fondo, meglio prendersi del tempo se serve a evitare che anche dei lavori di bonifica si occupino le imprese sbagliate. Non solo, sono in dirittura d’arrivo ad Acerra due progetti, per i quali i comitati ambientalisti hanno potuto fare ben poco: l’ampliamento dell’inceneritore e la localizzazione di un nuovo impianto nella zona ASI per la produzione di biometano.
Se è vero, come dicono, che in Campania non ci sono abbastanza impianti a causa dell’effetto NIMBY (“Not In My Back Yard”: non nel mio cortile), quindi delle proteste popolari, è anche vero che inspiegabilmente nel territorio di Acerra il dissenso della popolazione non ha avuto alcun effetto sul processo decisionale che l’ha trasformata nel più grande polo regionale dei rifiuti. Una “zona di sacrificio”, condita e ripiena, che si prospetta rimanere tale ancora a lungo.
di Giorgia Scognamiglio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°218 – GIUGNO 2021