
È il 15 agosto 2021. A distogliere l’attenzione dal luccichio delle stelle cadenti la notizia dell’arrivo dei talebani a Kabul, Afghanistan. L’accordo bilaterale avviato da Trump nel 2019 e l’inizio dei negoziati inter-afghani avevano fatto sperare nella fine dell’incubo di una guerra durata vent’anni. Sotto pressione dell’opinione pubblica e consapevoli di pagare un prezzo ancora altissimo in termini di risorse e vite umane, gli USA hanno scelto la via del ritiro strategico, lasciandosi alle spalle le responsabilità e gli errori commessi in passato. Ma lo strapotere dei talebani nei negoziati, l’instabilità interna e la debolezza istituzionale e militare del governo fantoccio di Ashraf Ghani rendevano più che prevedibile il ripristino dell’emirato talebano. Del resto, nel 2018, mentre guardavamo altrove, i talebani già controllavano diversi distretti e si contendevano con le forze regolari afghane il controllo di poco meno della metà del territorio.

Un’attenzione e un’indignazione sacrosante, che risuonerebbero più credibili se fossero state presenti sempre e in ogni caso. Ma la convenienza, i giochi di potere, l’ipocrisia, sono il pezzo forte del capitalismo. Soprattutto quando da additare ci sono uomini in ciabatte, kalashnikov e barba incolta invece che illustri principi sullo yacht. Mi riferisco alle monarchie del Golfo e in particolare all’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman, definito da qualcuno come “il principe del Rinascimento”, a cui nessuno chiede conto dei diritti umani di donne, bambini, minoranze e oppositori.

di Giorgia Scognamiglio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°221 – SETTEMBRE 2021
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