
«È bello continuare ad immaginare anche da adulti». Questo è il messaggio di Solo, lo spettacolo di Arturo Brachetti.
L’esibizione è andata in scena lo scorso quattro marzo al Teatro Politeama di Piacenza, ma è una delle pochissime produzioni italiane dedicate al trasformismo che può vantare tournee internazionali.
Solo è uno spettacolo che si è evoluto, cambiando forma negli ultimi anni, diventando, rispetto ai suoi inizi, ancora più veloce e dinamico. Brachetti nel suo show è un mattatore poliedrico che interagisce con il pubblico. Un performer camaleontico che passa rapidamente da un abito all’altro.
Il titolo Solo rimanda al fatto che il grande trasformista da solo in scena, per più di novanta minuti, rappresenta sessantacinque personaggi. Il filo che cuce insieme questi soggetti è la memoria, la memoria legata ai luoghi.
Brachetti con l’ausilio di una microcamera ci fa visitare la sua casa d’infanzia ricostruita in miniatura. «Una casa senza luogo e senza tempo. Abitata solo dai miei personaggi, i miei sogni, le mie sorprese». Ogni stanza, ogni oggetto, ricorda un luogo, un evento. Così troviamo il cappello del nonno da cui il trasformista estrae grandi personaggi storici; il libro delle favole con Cappuccetto rosso, Biancaneve, Cenerentola, e Piterpan. La TV che ci fa rivivere serie iconiche come Baywatch e La signora in giallo. Ma dalla casa ritornano anche momenti teatrali ironici riguardanti la storia di famiglia come il matrimonio della zia. La tresca tra il futuro marito e la cameriera, il caos che si genera quando il banchetto nunziale organizzato nel giardino di casa viene rovinato dalla pioggia.
Nelle varie stanze troviamo, inoltre, i pensierini lasciati da Ombra e quelli che Brachetti scriveva da bambino. Pensieri semplici, affidati a foglietti di carta volanti che si trasformano in coriandoli o pioggia.
Il mondo del pensiero e un mondo che può essere contraddittorio. Un mondo dove Brachetti si scontra e confronta con la propria ombra. Un’ombra dispettosa che cerca di tenere Brachetti e il suo tentare di restare eternamente bambino con i piedi per terra. L’ombra, interpretata da Kevin Moore, come quella di Piterpan, si rifiuta di seguirlo. È un’ombra critica, che duella con lui, che lo prende in giro, che alimenta dubbi e insicurezze.
La lotta tra di loro si protrae per tutto lo spettacolo, fino a quando Brachetti e Ombra trovano un accordo, fanno la pace: «Perché ognuno di noi è fatto un pochino di Pitter Pan e un pochino anche di impiegato che fa i conti con la propria vita».
Brachetti propone anche un viaggio nella sua storia artistica attraverso i suoi illustri saperi: come le ombre cinesi, che l’hanno reso famoso. Con le ombre il performer gioca come un bambino, crea sul palco una grande quantità di animali. Vengono portati in scena anche il mimo e la Chapeaugraphie. Con questa tecnica Brachetti riesce a trasformare una sorta di falda di cappello bucata al centro, il cappello del nonno, in venticinque copricapi differenti che appartengono ad altrettanti personaggi, inventati piegando il tessuto con gesti semplici e rapidi.
L’artista contorna il suo racconto con sorprendenti novità come la poetica Sand painting, che permette di creare veri e propri quadri con la sabbia e il raggio laser magnetico. La presenza di queste arti supportata dalla fusione tra scenografia tradizionale e scenografia video mappata, unità alla bravura e all’abilità dell’artista, consente al pubblico di partecipare, anche emotivamente, a uno spettacolo unico nel suo genere.
di Grazia Martin
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