
Non vi è luogo ombelicale, in un certo senso centripeto di una città, o meglio della sua realtà e delle infinite immagini stereotipate o prospetticamente interpretate pari al Rione Sanità di Napoli. La città riflette le sue contraddizioni e il suo profilo in questo specchio di vita.
A volte uno specchio ustorio. È questo il senso dell’opera e della mostra dedicata al Real Museo di Capodimonte di Paolo La Motta, Capodimonte incontra la Sanità, che è possibile visitare fino al 19 settembre.
La mostra è stata curata da Sylvain Bellenger e da Maria Tamajo Contarini. È uno sguardo sul celeberrimo quartiere attraverso gli occhi, gli sguardi, i volti soprattutto dei suoi giovani, di quei “ragazzi di vita” vera che troppo spesso sono solo icone commercializzate di facili discorsi mediatici. Proprio per oltrepassare, smontare le narrazioni usuali, tra l’oleografico e il criminogeno morboso, ecco che la Sanità sale a Capodimonte. E sì! Perché è proprio ai piedi della collina di Capodimonte su cui si erge la Reggia con il suo parco che, grazie al direttore Bellenger, stanno vivendo una splendida stagione di cura e interazione alta con la città e con l’Europa (ricordiamo a tal proposito le mostre su Giordano e Gemito tra Napoli e Parigi). Dalla Sanità, su per il Moiariello o per le rampe dei Cristallini si sale a Capodimonte, quasi un viaggio verso la luce, l’aria aperta.
E lo sguardo allora può distendersi verso il quartiere con più serenità, portando con sé i volti e le pietre ma senza le parole, spesso inutili e fuorvianti. È quello che fa Paolo La Motta, che ha fatto della sua arte incontro con il quartiere, organizzando laboratori per i ragazzi presso l’istituto Papa Giovanni XXIII. È una realtà figurata e una figurazione reale, volti che sono dell’oggi e anche di ieri, perché la lezione di La Motta è personale, fuori da mode mediatiche e circuiti ben finanziati, ma anche memoria che viene da lontano, dai volti giovanili di Ribera, del Mancini per non dire di Gemito a cui alcune sculture sono facilmente, o forse no, accostabili.
Ma la profonda matrice è sicuramente la lezione di Augusto Perez che fu suo maestro all’Accademia di Belle Arti, cioè un movimento di autoriflessione della scultura su sé stessa, la sua resilienza alla obsolescenza a cui i frenetici mutamenti sembrano condannare i suoi linguaggi. Questa resilienza si può vedere nel Polittico di Genny, cinque ritratti, quasi una tomografia assiale dello sguardo sorridente e ironico della giovane vittima innocente della violenza camorristica, Genny Cesarano, che culmina in un busto bronzeo quasi a fissarne nel tempo la giovinezza spezzata. Il vero sindaco del Rione Sanità!
di Roberto Nicolucci
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°221 – SETTEMBRE 2021
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