
La storia di Carmelo Musumeci ha al suo interno qualcosa di unico: ex criminale italiano, denominato “Boss della Versilia”, viene condannato nel 1992 all’ergastolo ostativo. Fin qui tutto normale, ma Carmelo è stato il primo ergastolano ostativo ad ottenere la liberazione condizionale, nel 2018. Con lui abbiamo parlato della sua vita, di cosa ha fatto sì che riuscisse a raggiungere questo “primato” e della sua battaglia contro l’ergastolo ostativo.
«Sono nato il 27 luglio del 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, e ho vissuto fino all’età di dieci anni in Sicilia. Non avevamo una casa comoda dove abitare, il lavoro scarseggiava e io trovavo grande difficoltà a inserirmi in una regione diversa.
Il tutto risultò molto difficile, così intrapresi la strada di violare la legge commettendo dei furtarelli per procurarmi denaro. Vedendo il facile guadagno, la considerai la via migliore per poter aiutare la mia famiglia e in seguito commisi reati un po› più gravi. Nel 1972 fui preso insieme a due compagni dopo una rapina a un ufficio postale.
Eravamo tutti e tre minorenni e ci portarono nel carcere di Marassi a Genova. L’impatto con il carcere fu tremendo.
Fui scaraventato in una lurida cella e tutti i giorni sognavo la libertà. Quando uscii, intrapresi la carriera criminale grazie anche alle conoscenze che avevo fatto nel carcere minorile».
«Spesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre laure, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”. A questa domanda rispondo sempre di no.
Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto.
Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati».
«Dopo le sentenze della Corte Europea e della Corte Costituzionale sulla “Pena di Morte Viva”, che hanno dato fiato alla speranza ad alcuni ergastolani. Eppure si sono scatenate tante polemiche, come se la mafia fosse solo tutta in quei 700 detenuti condannati al carcere duro e in un migliaio, poco più, di ergastolani ostativi.
Si è detto che potrebbero uscire i condannati per le stragi di mafia, dimenticando di dire che la stragrande maggioranza di loro sono diventati collaboratori di giustizia. Si è detto che il carcere duro non va abolito perché c’è il rischio che i mafiosi diano ordini dal carcere, dimenticando di dire che arrestato un boss ce n’è subito un altro che prende il suo posto.
Dopo dieci, venti, trent’anni di carcere un uomo, senza più vedere un tramonto, un’alba, un albero, un fiore, senza più sentire le voci dei bambini, non è più un uomo normale.
Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio come può questa fare bene o far guarire? Se siamo umani non possiamo stare prigionieri tutta una vita. Molti ergastolani sono nati già colpevoli, per il contesto sociale dove sono venuti al mondo, e non meritano di morire in carcere».
«Incredibilmente sto soffrendo di più adesso che sono libero (quasi) di prima, perché quando ti abitui alla cattività per tantissimi anni poi la felicità ti stanca, dà ansia ed è anche difficile da gestire. In un certo modo ti sei disabituato alla felicità. Sotto un certo punto di vista la vera pena la inizi a scontare quando esci fuori.
Ti confido che a volte ho paura a sentirmi felice perché mi viene in mente quanto sono stato infelice per 28 anni e adesso sento di più il dolore di quegli anni».
di Antonio Casaccio
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