«Quando la gente vive separata, non si conosce e impara a essere sospettosa degli altri. Ma quando la metti insieme impara a conoscersi e scopre che tutti noi, in quanto esseri umani, viviamo gli stessi problemi e che non dobbiamo avere paura gli uni degli altri».
Con queste parole, nel 2008, Miriam Makeba, conosciuta come Mama Africa, aveva scelto di portare solidarietà ai fratelli e alle sorelle della comunità nera di Castel Volturno.
È per questo che il 18 settembre questa stessa comunità ha deciso di ricordarla e commemorarla attraverso il festival “Castel Volturno Suona Antirazzista“; una giornata all’insegna dell’antirazzismo organizzata dai Sound riuniti campani e da organizzazioni territoriali e non.
Il festival, ospitato dal lido Scalzone sul litorale domizio, è confluito infatti in un corteo accompagnato dalle colorate esibizioni della BandaBaleno Murga di Napoli e avente come meta il monumento a Miriam Makeba, sotto il quale sono stati simbolicamente deposti dei fiori. Lì il corteo si è fermato per ricordare i nomi a noi noti delle vittime di razzismo nel nostro Paese, chiedendo giustizia per un tipo di violenza e di discriminazione che il territorio campano, e in particolare quello castellano, conoscono fin troppo bene.
Informareonline-antirazzismo«In quanto attivisti antirazzisti abbiamo deciso di venire qui, dove Jerry Masslo, più di 30 anni fa, ha iniziato una battaglia che ancora stiamo cercando di portare avanti: la battaglia dell’antirazzismo, dell’uguaglianza. Siamo qui, davanti alla stele di Miriam Makeba, per ricordare tutte le vittime del razzismo; una piaga, un problema sistemico istituzionale per cui ancora oggi tantissime persone africane vivono nelle stesse condizioni in cui viveva Jerry. È inaccettabile, e per farlo finire dobbiamo essere tutti consapevoli di quello che succede in territori come questo» afferma l’attivista italo-brasiliana Kwanza Musi Dos Santos.
Ed è proprio per prendere consapevolezza di tutte le forme che può assumere il razzismo al giorno d’oggi che il corteo ha fatto rientro alla base, dove si sono susseguite testimonianze di vittime di soprusi e discriminazioni e di associazioni che al razzismo hanno deciso di fare la guerra.
Si parla delle condizioni dei braccianti, dello sfruttamento della prostituzione, di tutte quelle discriminazioni che, come spiega in un intervento un’avvocatessa per Cittadinanza ed Immigrazione, non sono attenuate bensì inasprite da tutte le falle di un sistema legale pieno di contraddizioni, che non tutela i diritti degli immigrati favorendo dunque lo sfruttamento. Ad intervenire c’è anche uno dei giocatori della squadra locale Tam Tam Basket; un progetto partito da Castel Volturno che ha raccolto successi e soddisfazioni riuscendo a cambiare la vita di tanti ragazzi e dando loro speranza per un futuro migliore.
Ad intervenire, infine, sono l’associazione antirazzista interetnica “3 febbraio” e “Le Veglie contro le morti in mare“.
«Se il razzismo non fosse stato alla base del colonialismo, il colonialismo non sarebbe esistito. Se non fosse alla base del neocolonialismo, questo non esisterebbe. Uno degli atti più atroci di razzismo è quello di lasciar morire la gente ai confini. Noi abbiamo una grande ambizione, quella di scendere in piazza ogni volta che sappiamo della presenza di un barcone in difficoltà, proprio quando sappiamo che il governo italiano non dà l’ordine alla Guardia Costiera di intervenire e salvare» ci racconta Rita Giacomini, dell’associazione “Le Veglie”.Il festival è poi proseguito con esibizioni artistiche, musica e degustazioni di cibo tipico, il tutto volto a restituire una dignità a una cultura la cui presenza non può essere ignorata, ma può e deve essere trasformata in una ricchezza grazie al reciproco scambio.
«Non si può fare oggi antirazzismo in giro per l’Italia se non si passa prima da Castel Volturno, dove è morto Jerry Masslo, dov’è morta la Makeba, dove uccidono i neri e dove c’è una grande comunità nera – conclude, in un’intervista, un altro attivista da Bologna – Fare antirazzismo alla Feltrinelli a Milano sopra una terrazza è troppo facile, bisogna passare di qua, uscire dall’autoreferenzialità ed entrare in contesti come questo».