
Per chi non lo sapesse, I cento passi racconta la storia di Peppino Impastato, attivista marxista e antimafia attivo dagli anni ‘60 fino al suo assassinio nel 1978, ad appena trent’anni. Peppino nacque a Cinisi da un padre affiliato alla famiglia mafiosa di Gaetano Badalamenti, personaggio pontiere tra l’era palermitana di Stefano Bontate e quella corleonese di Totò Riina, e la sua casa distava appunto cento passi da quella del boss. Eppure, immerso in quel mondo di potere silenzioso e brutale, Peppino compì subito una scelta, sin da ragazzo, militando prima nel PCI e poi in Democrazia Proletaria, fondando giornali, giornalini, gazzette, e gestendo spettacoli per risvegliare le coscienza del proprio paese contro il dominio di Badalamenti, fino a fondare la radio libera Radio Aut per attaccare Badalamenti con le armi dell’inchiesta e della satira. Il film rappresenta la sua lotta e quella dei suoi compagni in maniera perfetta.
Peppino è solo, rabbioso, frustrato dall’inazione dei suoi concittadini, tutti troppo spaventati o assuefatti dal riciclaggio, dagli abusi e i soprusi mafiosi. Eppure è un ragazzo che ride e sorride, e nel corpo di Lo Cascio vediamo la voglia di vivere che Peppino sfoggiava e con cui lottava. Lo vediamo troppe volte restare solo, con le persone intorno a lui non semplicemente impaurite, ma frustrate e ingelosite dal suo coraggio. È proprio il suo paesino a lavorare contro di lui in ogni momento, dai superiori di partito troppo timorosi ai poliziotti abituati a lasciar fare i mafiosi, fino ai familiari che lo odiano perché vuole essere diverso, “meglio di loro”.
Il culmine viene raggiunto solo alla morte di Peppino. Egli rifiuta di piegarsi, continuando a denunciare tanto Badalamenti quanto l’omertà e l’ignavia dei siciliani, e ciò gli costa la vita. Viene barbaramente ucciso a calci e pietre e il suo cadavere viene usato per simulare un attentato, in modo da farlo passare per terrorista e infangarne la memoria. Inutili sono le proteste degli amici che brandiscono le pietre insanguinate e le altre prove dell’innocenza di Peppino: carabinieri arrivati da fuori lo condannano come criminale senza processo.
Ma è proprio allora che la coscienza di Cinisi si risveglia: i familiari e gli amici di Peppino trasformano il suo funerale in una marcia rivoluzionaria a cui si uniscono quei loro conoscenti e servitori dello Stato finora rimasti ignavi, perché il solco è stato oltrepassato. Questo è troppo, urla Cinisi, presagendo ciò che la Sicilia intera urlerà nella stagione degli omicidi e l’Italia nella stagione delle stragi.
di Lorenzo La Bella
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N° 220 – AGOSTO 2021
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