
“I campioni non si fanno nelle palestre, si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione”. Così citava il grande Muhammad Ali. Daniele è un fighter e come sono fatti i sogni e le visioni lo sa. Ventiquattrenne del Rione Traiano, oggi detiene tre titoli: quello italiano di Muay Thai, quello italiano ed europeo di Kickboxing K1-Rules. La sua storia, accompagnata dal suo team della Pro Fighting Napoli Club, è qui raccontata: Iodice, gli inizi e il bello che deve ancora arrivare.
«Cercavo un punto di sfogo, ero sempre nervoso. Giovavo a calcio ma volevo qualcosa in più, decisi di fare Muay Thai. Conobbi questo sport grazie a un amico che mi propose una prova, non capivo di sport da combattimento e inizialmente rifiutai. Poi ci ripensai e il pomeriggio stesso andai in palestra, mi piacque tantissimo. Cominciai solo per tenermi in forma ma ero costante negli allenamenti. Avevo 14 anni e il mio istruttore Mascolino – che tutt’oggi mi segue – mi propose un match “light” di contatto leggero, per i minori di 16 anni. Da qui parte il mio viaggio».
«Pratico sia Muay Thai che K-1. La prima è una disciplina tailandese che nasce secoli fa come difesa contro le invasioni dei popoli circostanti, con il tempo poi è diventata uno sport olimpico cambiando anche il nome in Thai Box. Le tecniche erano però pericolose, allora in Giappone creano la K-1, arte marziale che discende dalla Muay Thai, dal Karate e dal Taekwondo. In Italia il K-1 si sta evolvendo, la tv e i campioni stanno aiutando in questo senso. Le persone praticano ma agonisticamente ci sono carenze. I professionisti combattono per pochi soldi al fronte di sacrifici enormi. Non sono “mazzate”, esistono tecniche, taglio del peso, workout pesanti. Fa male sapere che un atleta di K-1 non possa vivere di sport perché i guadagni non lo consentono. Lavorare e allenarsi due volte al giorno, torno a casa a pezzi».
«Fino ai 18 combattevo da dilettante, una volta maggiorenne iniziai con i match promozionali, uno step intermedio prima del professionismo. Persi il mio primo incontro, poi iniziai a girare l’Italia e dopo una serie di vittorie conquistai l’occasione di gareggiare per il titolo italiano Muay Thai. Vinsi ma arrivò un brutto infortunio subito dopo che mi tenne lontano dal ring per un anno. Finalmente ristabilito, a Foggia persi il match di rientro, da quel giorno in poi però, zero sconfitte. Mi proposero quindi il titolo italiano di K-1 da conquistare a Napoli. Salì sul ring con euforia, tifano tutti per me, primo match nella mia città ma fisicamente non ero al 100%. Fu una lotta solo cuore, battei il mio avversario, ero campione K-1 a 22 anni. Dovetti difendere poi il titolo a Bolzano, settembre 2019. Passai l’estate in palestra ma riuscì a mantenere la cintura. Per i due titoli italiani conquistati arrivo l’appuntamento con quello europeo. Il mio sfidante era francese, match durissimo, vinsi ai punti perché misi più colpi a segno. Da quel momento in poi, si aprirono scenari internazionali, sigle americane, palcoscenici importanti, tanti soldi. Avevo un contratto, Roma e poi Olanda ma la pandemia ha fermato tutto».
«Perdere ti fa crescere. Prima di un match sono nervoso, lo stress si sente, non parlo con nessuno nemmeno con mia madre che capisce perché mi chiudo in camera, non voglio distrazioni. Quando combatto penso alla gloria non ai soldi e a ripagare tutti i sacrifici che faccio. Ad esempio due bicchieri di vino bastano per ubriacarmi siccome non bevo mai (ride, ndr)».
«La gente non capisce perché non conosce. Chi pratica questi sport è un atleta, gli assassini di Willy non facevano parte di una federazione. Esistono gli esaltati come in tutte le professioni, ma non confondiamo atleti con persone che amatorialmente imparano le tecniche e per strada si sentono Dio in terra. Quando si notano questi tizi è il maestro a doverli “cacciare”. Nella mia palestra se dici una parolaccia vieni messo alla porta e non entri più. In quella del mio quartiere, il Rione Traiano, situata di fronte a una piazza di spaccio, non esiste violenza ma solo sport. Lì si allenano persone che potevano finire per strada e oggi sono uomini al 100%».
di Pasquale Di Sauro
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