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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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Coronavirus, l’America di Trump vincerà davvero?

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31 marzo 20207 min di lettura

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Coronavirus, l’America di Trump vincerà davvero?

Negli  Stati Uniti  la crisi sanitaria dovuta al Coronavirus  è peggiorata con una brusca accelerazione. Con l’impennata di contagi degli ultimi giorni, gli Stati Uniti sono il terzo paese per numero di positivi dopo Cina e Italia.

Nel giro di sole 24 ore, infatti, sono stati registrati circa 10mila nuovi casi degli, oltre 30 mila totali e il numero di morti è salito a 371.  Purtroppo, si tratta solo di numeri approssimativi che salgono nello stesso momento in cui questi vengono trascritti. Nel frattempo, l’avanzata del Covid-19 minaccia le presidenziali, a cui però Donald Trump sembra proprio non voler rinunciare. Sull’impatto dell’epidemia negli Usa e sul presidente
Immagine articolo
The Donald, abbiamo intervistato Luca Marfé, giornalista de “Il Mattino”.
Com’è cambiato l’atteggiamento di Trump con il passare dei giorni e con l’aggravarsi dell’epidemia?
«Trump ha detto tutto e il contrario di tutto. Non che sia la prima volta che accada nel corso della sua presidenza, né che sia l’unico leader mondiale ad essere caduto nel tranello delle rassicurazioni vuote (noi italiani dovremmo oramai saperne parecchio, essere considerati addirittura degli esperti in materia). Fatto sta che in poche settimane il registro dei vari «è tutto sotto controllo», «siamo il Paese meglio equipaggiato al mondo per affrontare la crisi», «il nostro sistema sanitario è pronto» è stato stravolto fino a «state a casa», «siamo in guerra», «tutta colpa del virus cinese». Un’annotazione che potrebbe apparire “di colore” o comunque razzista. In realtà, di totale sostanza, rispondente a una tecnica di comunicazione ben precisa che da sempre consente a Trump di parlare ai suoi seguaci, di scaldarli fino a eccitarli, di richiamarli compatti a raccolta in vista delle elezioni del 3 novembre 2020. È stato immediatamente accusato di razzismo, se vogliamo per aver detto il vero, ed è esattamente ciò che voleva. Sguazzare nelle solite acque torbide di una politica che è la sua politica: quella fondata sull’individuazione di un nemico. Giochetto grazie al quale vince due volte: attenzione, odio e paura vengono puntate sulla Cina mentre le responsabilità si allontanano dalla figura del presidente. Che si esibisce in un ulteriore scaricabarile, a danno dei governatori dei singoli Stati, specie se “colpevoli” di essere democratici. Dal suo punto di vista fino a ora?Un successo».
Tornando ai seggi, si vocifera che la pandemia del Covid-19 possa compromettere le elezioni 2020. The Donald può effettivamente rinviare o cancellare le elezioni per il coronavirus?
«No. Quanto meno non da solo. Neppure appellandosi alla extrema ratio della legge marziale pensata per le emergenze più nere. Altro discorso, invece, sarebbe l’eventuale diffondersi e prolungarsi della pandemia da cui potrebbe scaturire una decisione corale concertata con il Congresso. Il punto, però, è che Trump non ha nessuna intenzione di rinviare né tantomeno di cancellare un bel niente. Di gran lunga assai più che nelle vesti di presidente, The Donald è un autentico fenomeno da campagne elettorali, da calamita di voti, da palcoscenico in generale. Anche un po’ da “baraccone”, considerate certe uscite scomposte. Guai a pensare che siano casuali, però. Come dicevo poc’anzi, sono parte integrante di una strategia di comunicazione ben precisa. Che lo pone sullo stesso livello socio-culturale del suo elettore tipo. Una battuta stringata sui seggi, infine, si impone: la chiusura di Georgia, Louisiana e Ohio rappresentano comunque un precedente cui qualcuno potrebbe appellarsi qualora dovesse fiutare una brutta aria di sconfitta. Perché no, anche l’attuale opposizione democratica. Se fossero loro a sperare in un rinvio?».
Biden vs Trump, questo è lo scenario che si è prospettato con il Super Tuesday 2020. Joe è un volto noto tra le mura della Casa Bianca. Perché questo elemento, oltre ad essere un punto a suo vantaggio, rischia di essere anche un ostacolo nella sfida con Trump?
«Perché sa di vecchio. Specie a una certa America che, anche a sinistra, al vecchio ha già voltato le spalle. Lèggere alla voce Hillary Clinton. Joe Biden è, sì, l’ex numero 2 di un certo Barack Obama, una delle icone già storiche di questo Paese. Ma è, al tempo stesso, parte dell’establishment da sempre. È uno che nella politica di Washington ci è praticamente nato e cresciuto dentro. È uno che appare vecchio anche nell’aspetto, oltre che lento e poco reattivo nella sua maniera di comunicare. E così, pur essendo praticamente coetaneo di Trump (77 anni contro 73), rischia di esserne travolto, specie in un eventuale “uno contro uno” televisivo. Cui gli americani sono abituati dalla parte del pubblico e praticamente costretti dalla parte dei politici. Nel corso delle primarie democratiche, è stata detta una cosa che personalmente mi ha colpito perché profondamente vera: «La sinistra americana vince quando cambia, quando osa, quando candida i “Kennedy”». L’ha firmata Pete Buttigieg, sostenendo se stesso e la sua giovanissima e improbabile candidatura (38 anni, esperienza politica limitata, gay). La sua corsa è finita da un pezzo, ma nella sostanza ha fatto centro. Ecco: Biden è il contrario di ciò che intendeva il visionario Buttigieg. È il candidato tra virgolette “sicuro”, gli americani direbbero di “default”, chiamato a sconfiggere un candidato viceversa fuori da qualsiasi schema che, come ho già detto, va comunque considerato un fenomeno, una sorta di uragano».
Dal punto di vista dell’elettorato, Biden si è guadagnato il favore della working class e della comunità afro-americana. Il motivo è da ricercare nel fatto che Biden sia stato il vice di Obama, o c’è di più?
«Obama c’entra molto con questo discorso. Non è il solo motivo, ma è senza dubbio quello principale. Biden è rassicurante, a differenza di un Trump che è un agitatore nato. Specie le persone di colore sentono di subirlo sempre un po’, a causa di quella vena di razzismo volutamente malcelata. È dunque chiaro e naturale che si inclinino verso l’alternativa. Resta da capire, però, quanto il vecchio Joe possa riuscire nella chiamata “alle armi” del voto. Una componente enorme della contesa elettorale è da sempre l’astensionismo. È lì che Biden deve puntare a sfondare, è quella la partita che deve provare a vincere.Una sola cosa è certa: Trump non resterà mica a guardare».
Dulcis in fundo. Hai recentemente annunciato il lancio del tuo libro “Yes, we Trump”, che si propone di essere una narrazione oggettiva di “The Donald”. Come nasce quest’opera?
«
Immagine articolo
Nasce da cinque anni di lavoro, da mille e cinquecento articoli e analisi, da centinaia di collegamenti radio e tv. Nasce da vent’anni di quella che amo chiamare “la mia America”. Nasce dall’aver seguìto la campagna elettorale più improbabile della storia degli Stati Uniti, dall’aver in qualche modo fiutato l’onda che stava montando, dall’aver raccontato quell’onda fino a oggi. Nasce dal sentimento di una doppia Amicizia, per ciascuna delle quali mi fregio della maiuscola: quella con Federico Rampini da un lato e quella con Giulio Terzi dall’altro. Corrispondente e grande firma di Repubblica, Ambasciatore e Ministro degli Esteri, autori della prefazione e della postfazione di un libro che varrebbe la pena sfogliare anche “soltanto” per le parole loro. Nasce dalla necessità di inquadrare un personaggio incredibile, a tratti folle ma dannatamente concreto, che mediamente è stato raccontato solo per la metà di una critica feroce e troppo spesso faziosa. È un fenomeno. Va analizzato, va studiato, va persino capito. Il titolo è una provocazione, parafrasi del leggendario “Yes, we can” firmato Obama. Il libro è un intreccio tra analisi, reportage e addirittura romanzo. Uno spaccato di America dedicato a chi ama e a chi non ama Trump. Dedicato, però, a tutti quelli che amano l’America. E, naturalmente, dedicato a mio figlio Laerte: Vita di ogni domani della vita mia».
di Carmelina D’aniello
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°204
APRILE 2020
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  • #america
  • #coronavirus
  • #donald trump
  • #luca marfè
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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