
Ci sono o non ci sono? Sono presente o no? Mi nascondo per non farmi vedere o invece mi celo per invitare a scoprirmi? Anche le opere d’arte a volte giocano a nascondino, teatralizzano la loro esistenza, non certo sponte propria ma per le astuzie o le follie della storia, delle vicende umane di cui a volte sono mute e inconsapevoli testimoni. Se un dipinto di qualità minore cela un affresco di un artista affermato, quando un muro conserva gelosamente o quasi dietro un quadro con lo stesso soggetto un dipinto di qualità sicuramente maggiore, a volte viene da chiedersi se gli uomini che hanno fatto questo non volessero lasciarci un messaggio, una sfida.
Senza scadere in intrecci da banali racconti alla Dan Brown, è però significativo il fatto che nel tempo il giudizio dei contemporanei è diverso da quello degli esperti e dei critici di oggi.
Entrate in San Giorgio a Napoli, cari lettori, una classica chiesa napoletana che come il dipinto a cui abbiamo accennato è multifaccia, una sorta di scatola cinese della storia. A Napoli il nuovo non esiste, la memoria è di pietra, fatta di pietra, è uno stigma storico, forse una malattia mortale.

San Giorgio Maggiore è un’antichissima chiesa paleocristiana risalente al V secolo d.C. L’attuale impianto si deve a Cosimo Fanzago che ne curò i lavori per oltre quarant’anni. Il suo progetto iniziale fu in realtà completato solo alla fine del XIX secolo quando fu incorporato l’antico abside della chiesa paleocristiana.
Eppure le sorprese non erano finite: durante i lavori di restauro nel 1992 riapparve un affresco di Aniello Falcone, San Giorgio che uccide il drago, proprio l’affresco che si nasconde dietro un quadro del medesimo soggetto di Alessio D’Elia, risalente al XVIII secolo. Se chiedete ai volontari addetti vi sposteranno il quadro incernierato ad un grande telaio, e come si apre il sipario ecco comparire la grande narrazione della lotta tra il bene e il male, il cavaliere cristiano sul suo cavallo bianco che infilza con la lancia il drago alato.
Scheletri di vittime del drago giacciono per terra mentre una fanciulla fugge terrorizzata, salvata dall’intervento provvidenziale del Santo. Il dipinto risale probabilmente al 1645 e il suo occultamento ci piace pensare che sia dovuto alla rappresentazione estensivamente allegorica della tematica cristiana.
Infatti già altrove abbiamo ricordato come il Falcone, secondo De Dominici, fosse coinvolto nella Compagnia della Morte, un gruppo di artisti rivoluzionari antispagnoli che agì sino alla rivolta di Masaniello.
Ecco allora che il drago che divora innocenti fanciulle è il dominatore ispanico e San Giorgio rappresenta il simbolo della lotta contro di esso. In realtà sappiamo che questo racconto fantasioso e leggendario secondo cui dopo la rivolta del 1647-48, Falcone scomparve misteriosamente per non subire la persecuzione dei vincitori, nasconde invece il tradimento della sua bottega per il sorgere del nuovo astro di Luca Giordano.
Eppure forse, chissà, riscoprire quell’affresco potrebbe essere salutare per rinverdire la voglia di riscatto di questa città; il problema è che San Giorgio in persona non saprebbe quale draghi affrontare per primi. Meglio tornare dietro il suo quadro!
di Roberto Nicolucci
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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