
Come accade nei frangenti di massima crisi o – ci auguriamo tutti – nel momento di uscirne; ecco che si ritorna a parlare di Cultura con la c maiuscola. Nella Parigi dell’occupazione tedesca i teatri erano strapieni e non sono mai usciti tanti libri, riviste, proposte culturali di vario tenore e spettacoli come in quest’anno e mezzo di lotta alla pandemia che, da più parti, si apparenta ormai ad una guerra: in atto o, auspicabilmente, in via di esaurimento.
Figli e nipoti torneranno a scuola, inventandosi una vita extrafamiliare, che appartiene solo e soltanto a loro. Quanto ai fratelli maggiori: dovranno cominciare a pensare al cammino universitario.
E molti tra questi, posti dinanzi alla scelta di una facoltà, si chiederanno seriamente se non sia il caso di far ricarburare, nel palinsesto formativo di un ateneo telematico, quanto messo a profitto – con qualche preliminare incertezza poi con maggior convinzione – le specialissime virtù di un apprendimento on line. Abbiamo imparato tutti a riconvertire e modulare le parole e le immagini attraverso uno schermo: ora possiamo scegliere la Facoltà sulla scorta di questa esperienza.
Senza saperlo avevano inventato un lettore curioso e partecipe che prima non esisteva. Oggi gli atenei telematici, che costituiscono una mappa del sapere nel nostro paese ambiscono a formare un navigatore consapevole, capace di muoversi autonomamente tra i vari percorsi proposti e, dunque, anche nel mercato del lavoro.
Sono passati meno di trecento anni: ma sembrano tornate le condizioni per un nuovo Illuminismo. Quello francese fu la premessa di una Rivoluzione; il nostro potrebbe farci uscire da una crisi epidemica che non è solo un problema locale e mondiale di salute pubblica ma anche, e soprattutto, di coscienza civile.
Sebbene non ci sia bisogno di sottolinearlo, per secoli l’Università è stata luogo deputato della trasmissione delle informazioni. Nessuna storia culturale, dunque politica e civile, sarebbe completa o solo pensabile se non tenessimo conto dell’apporto di queste cittadelle del sapere che, spesso, s’identificano, per sineddoche, con la città dove sono ubicate.
Pensiamo a Oxford o a Cambridge; pensiamo, per rientrare in Italia, alla Normale di Pisa o alla Bocconi o alla Cattolica. Si tratta, a pensarci bene, di piccole città. Nel corso dei secoli queste insule del sapere hanno convissuto con atenei pubblici dove, fatalmente, il livello appariva o appare discontinuo; chiazzato a macchia di leopardo e dove, spesso, l’iscrizione dipende dalla presenza di un certo docente o da motivi meramente logistici.
di Roberto Nicolucci
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N° 220 – AGOSTO 2021
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