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Dalla Nigeria a Castel Volturno: non si ferma la tratta delle donne

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5 novembre 20214 min di lettura

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Dalla Nigeria a Castel Volturno: non si ferma la tratta delle donne

Lungo i 49 km della Domitiana il tempo trascorre in maniera bizzarra, con le macchine che sfrecciano veloci e le attese infinite, lungo i marciapiedi, di un esercito anonimo di corpi. Ognuno con una sua storia, ma tutti figli di una piaga sociale di proporzioni globali. In uno spazio che lo Stato ancora non riesce a controllare e che è tutto il contrario di quello che avrebbe potuto e dovuto essere. Qui, la commistione tra mafia locale (quella dei casalesi) e mafia nigeriana ha messo in piedi l’hub principale della tratta delle donne, con la stessa velocità con cui il territorio si è riempito di rifiuti e di cemento abusivo. Un traffico che va avanti da anni, ininterrotto e incontrastato.

Blessing Okoedion conosce bene meccanismi complessi e perversi della tratta. Vive a Caserta e cinque anni fa ha scelto di diventare una mediatrice culturale. Nata in un villaggio nella regione di Edo in Nigeria, è arrivata in Italia dopo essere stata adescata a Benin City, dove portava avanti un’attività di riparazione e vendita di computer. Con la promessa di un buon lavoro in Spagna, si è ritrovata a Castel Volturno. «Appena arrivata mi hanno detto che avrei dovuto pagare un debito di 65 mila euro, e che per farlo dovevo prostituirmi. Dopo tanti sacrifici, invece di lavorare e prendere uno stipendio, sarei dovuta finire per strada».

Le testimonianze sono tutte simili tra loro: l’adescamento, il viaggio verso le coste libiche, la traversata del Mediterraneo sui “barconi”, fino all’approdo sulla Domitiana, con la rivelazione dell’inganno e il ricatto. «Tutto ciò che sapevo di quelle ragazze è che avevano viaggiato in Europa per prostituirsi. Abbiamo sempre dato la colpa a loro, credendo volessero fare soldi nel modo più semplice e rapido possibile. In realtà bisogna distinguere la tratta dalla prostituzione, cosa che molti non fanno: la maggior parte delle donne sulla strada sono lì perché vengono ingannate e sfruttate».

Le vittime sono prevalentemente nigeriane. Molte sono solo bambine. L’origine del legame con la Nigeria lo si può ritrovare nell’86, «quando è iniziata la migrazione delle donne nigeriane per lavoro nelle campagne di pomodoro. Poi dalla raccolta del pomodoro si è passati in fretta alla vendita del corpo». Da non trascurare, neppure «la violenza sulle donne in Nigeria e certe pratiche culturali che le rendono vulnerabili, povere, e quindi più facili vittime dei trafficanti».

Ma la questione della tratta non può essere racchiusa in una nazionalità o in un territorio.
«È un fenomeno globale, in grado di attraversare tutto, l’età, la geografia, la cultura». Soprattutto è un fenomeno sommerso, invisibile, perché troppo poco denunciato dalle vittime. Spesso la paura di ritorsioni fisiche, legali o spirituali le intrappola nel silenzio. Specialmente quando di mezzo c’è la tecnica dei riti vudù, utilizzati dagli sfruttatori per vincolare le vittime alla schiavitù e evitare ribellioni.

Sono tante le associazioni sul territorio che tentano ogni giorno di togliere dalla strada le donne vittime di tratta, restituendogli libertà, speranza e dignità. Ma la tratta «va affrontata politicamente, non possono occuparsene solo le associazioni». Anche perché passano le stagioni, passano le epidemie, le strade invecchiano, ma la tratta delle schiave del sesso è sempre lì, che si evolve e si fortifica.

Infatti, intercettare le ragazze è sempre più complicato. «La pandemia ha cambiato profondamente il fenomeno della tratta, che si è spostato dalla strada nelle case chiuse: appartamenti privati in cui è davvero difficile accedervi. Questo non solo ha rinchiuso ancora di più le vittime nell’invisibilità, ma ha aumentato lo sfruttamento della prostituzione, perché è più facile farlo di nascosto». Le notizie circolano poco, quello che accade nella provincia casertana è ormai parte di una normalità che tutti, almeno in parte, conoscono, ma preferiscono non vedere. I cittadini, che si limitano a lanciare dal finestrino uno sguardo fugace o un’espressione di disprezzo. Le istituzioni, che da anni faticano (ma nemmeno troppo) a trovare una risposta efficace. «Serve educare e sensibilizzare la popolazione. Far conoscere il fenomeno il più possibile, ma anche educare al rispetto dell’altro, a considerare l’altra persona come un essere umano».

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°223 – NOVEMBRE 2021

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  • #caserta
  • #donne
  • #Nigeria
  • #prostituzione
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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