

Circa il disegno di legge contro l’omotransfobia e la misoginia, che se dovesse essere approvato estenderà le protezioni attualmente in vigore per le etnie e l’orientamento religioso – previste dalla cosiddetta legge Mancino del 1993 – all’orientamento sessuale e all’identità di genere, Daniela Falanga ha lanciato un appello: «L’Italia ha un problema con i nostri corpi. Lo Stato si assuma le sue responsabilità».
«Parliamo di due giovani persone, entrambe maggiorenni, nati in un contesto dove la vita non si sceglie ma spesso viene condizionata dagli spazi esterni. Caivano è un ambiente in cui lo Stato è completamente assente, un luogo in cui non c’è interazione socioculturale, non si realizzano scambi umani formativi e dove non vi sono altri tipi di condizionamenti se non quelli del quartiere. Ciro e Maria Paola stavano progettando una vita insieme, addirittura pensando di lasciare l’Italia, perché profondamente disillusi dalla loro terra. Questo progetto è stato spezzato dalle rivendicazioni della famiglia di Paola, che le hanno impedito di frequentare Ciro in quanto persona trans. Quest’idea è profondamente legata alla preesistenza di una cultura patriarcale».
«ARCI lesbica si è chiaramente chiamata fuori dalla comunità Lgbt+, la quale invece ha una posizione intersezionale. Questo perché ARCI lesbica è credo ormai l’unica che rivendica un’idea di pre-femminismo che determina l’uomo e la donna esclusivamente attraverso gli organi genitali primari».
«La legge è fondamentale per l’Italia, che forse è uno degli stati che in Europa vive più discriminazioni legate alla soggettività Lgbt+. Il nostro Paese va cambiato attraverso il piano normativo anche da un punto di vista culturale. Con una legge contro l’omotransfobia, gli atti discriminatori contro le soggettività Lgbt+ diventeranno un reato. Lo strumento normativo diventa anche culturale perché, in questo modo, la tematica dell’affettività e dell’omosessualità riesce anche a entrare nelle scuole, dove ancora i dirigenti, lasciano i ragazzi senza preparazione in merito alla soggettività di genere. La resistenza principale è che gran parte dell’opinione pubblica, e di coloro che non sono a favore della legge, tenta di avvalorare la tesi secondo cui esistono già norme sulla violenza di genere. Il che è sicuramente vero, ma le persone appartenenti alla comunità vengono intercettate e, in quanto tali, discriminate, pestate ed emarginate solo in virtù del loro orientamento sessuale. È proprio questo il punto cardine della legge. Inoltre, dal punto di vista lavorativo, soprattutto le persone trans vivono il rifiuto da parte dei datori di lavoro. C’è un problema legato ai nostri corpi e alla nostra libertà, che viene costantemente vincolata».
di Carmelina D’Aniello
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°210
OTTOBRE 2020
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