
“Dante e Descartes” per raccontare le bellezze del mondo: intervista al proprietario Raimondo Di Maio
Ogni mattina, quando il sole ha da poco occupato il suo abituale posto su nel largo cielo, un uomo percorre, con passo tardo e lento, la grande arteria di via Mezzocannone, a Napoli, provando ad immaginare quali potranno essere le sue future avventure.
Quell’uomo, o meglio, quell’avventuriero si chiama Raimondo di Maio. Chi può dire di non conoscerlo? È lo storico libraio della celebre “Dante e Descartes”: da sempre sottile lettore, cordiale interlocutore di giovani studenti, esperti docenti e di chiunque generalmente si mostri curioso, come lui stesso è, di esplorare quella terra selvaggia e indomita che è la letteratura.
Raimondo sa che la ricerca e la scoperta sono due moti finemente connessi con cui l’uomo tenta di svelare i parziali significati di un mondo misteriosamente mai noto del tutto; per questo motivo fin da giovane ha deciso, dopo essersi dedicato a varie e variopinte attività, come quella di muratore o imbianchino, di allestire uno spazio dove poter discutere di quella realtà che tanto lo affascina, incontrando persone differenti, per natura o inclinazioni, e provando a dialogare con tutti. Insomma, ha deciso di creare un luogo dove poter accogliere il mondo stesso.
Quel sogno, nel tempo, non soltanto è diventato vero, ma si è trasformato in una certezza per lui, per suo figlio Giancarlo e per le generazioni di lettori che animano e hanno animato il mondo culturale napoletano e italiano.

Di Raimondo ricordiamo la sua figura fraterna rinserrata in un piccolo locale, via Mezzocannone n°55, pullulante e infestato di libri. Ci piaceva. Ci sentivamo anche noi un po’ a casa con lui, in quel posto. Tutti abbiamo sognato di conoscere e far nostro quel patrimonio ricchissimo di opere che Raimondo sapientemente conserva con cura infinita. Pile e pile di libri che non trovavano dimora negli scaffali, lasciati a terra riempivano, anche in altezza, qualsiasi spazio vuoto del locale n° 55 di via Mezzocannone. Erano le colonne di un tempio magico dove si era certi di poter ottenere, una volta entrati, l’agognata risposta per i nostri dubbi o per le nostre curiosità.
Ora tutti quei libri hanno trovato un posto nuovo, insieme al caro Raimondo. Lo spazio della libreria si è allargato, è diventato più grande, più accogliente. La libreria passa dal n° civico 55 al n°63, ma la strada resta sempre la stessa: l’irrinunciabile via Mezzocannone. Una strada voluta quasi dal destino:
«Esiste un famoso film di Totò, “Totò cerca casa”, che rievoca un po’ la mia situazione. Il vecchio spazio della libreria stava diventando troppo stretto per accogliere tutti i libri. Fortunatamente, si è offerta un’occasione per cui un amico andava via da questo locale del civico 63. Ciò ha rappresentato per me una situazione davvero interessante, perché qui lo spazio è molto più ampio: c’è la sala inferiore dove sono esposti alcuni dei libri mentre al piano superiore ho allestito un mio personale studio.
Sono due spazi che adoro molto. Poiché da giovane ho lavorato come imbianchino e anche come muratore, i lavori qui li ho fatti io. Prima ero prigioniero, ora invece ho più spazio: un luogo più abitabile per la mia vita da intellettuale e cercatore di libri. Ma resto sempre a Mezzocannone, ormai il destino della mia vita è segnato su questa strada. Prima sono passato dal n° 75 al 55, man mano che i fitti aumentavano. Ora mi sposto al 63. Vi racconto un aneddoto che sarà presente anche in un libro che sto scrivendo: quand’ero bambino gironzolavo per strada – sapete, quelle cose da scugnizzi, io venivo da una famiglia molto povera – e ad un certo punto mi sono accorto di essermi perduto.
Finii da solo da Salvator Rosa a via Orefici e alla fine trovai quest’arteria pienissima di studenti e ne ebbi una forte impressione. Non sapevo ancora che qui si sarebbe consumata la mia vita. Ormai questa strada sembra un po’ casa mia: ci sono i miei amici, c’è l’università… che però trovo cambiata rispetto a prima. In passato fra gli studenti c’era un più forte spirito politico».
«Ho letto Martin Eden e l’incontro con i libri è stata un’esperienza fondamentale, un’apertura straordinaria per me. Mentre i miei amici e coetanei iniziavano a lavorare come meccanici, operai o altro, io studiavo e frequentavo l’università. Ho avuto anche una forte esperienza di impegno politico con il Partito Comunista. La vera molla di impegno ideologico per me è stata il Politicon: abbracciavo l’idea che il mondo potesse cambiare grazie alla cultura.
Un’idea in parte fallita, capisco solo oggi, con la mia esperienza e maturità, che le possibilità di avanzare sono soltanto individuali. Bisogna però tentare di dare qualcosa agli altri: si parte da sé per aprirsi agli altri. Questa credo sia una grande cosa. Grazie a questo lavoro ho conosciuto moltissimi intellettuali di grande valore, come Danilo Dolci, Domenico Rea, Goffredo Fofi, Erri De Luca.
Alcuni di loro sono stati dei semi straordinari per questa piccola testa che ho, e oggi sono contento di fare il lavoro che faccio, ben consapevole della responsabilità di un editore. La responsabilità dovrebbe essere tanta, ma nella maggior parte dell’editoria di oggi abbiamo solo degli sciacquini: editori che stampano senza sapere come e perché, quando invece l’editore dovrebbe sempre saperlo».

«Parli di un bellissimo libretto di un buon editore italiano contemporaneo, Sandro Ferri, della casa editrice E/O. Un grandissimo editore che ha dimostrato di saper fare il proprio mestiere non solo per il successo economico ottenuto, ma anche per la grande capacità di selezionare opere da pubblicare. Ha stampato cose straordinarie, grandi novità, e poi quella che per Napoli è stata una manna dal cielo: L’Amica Geniale di Elena Ferrante. La città segnata dallo stigma della Camorra ha visto riaccendere verso di sé un nuovo interesse da parte del pubblico grazie a questa storia».
«In un paese che legge poco dovrei dire che anche un libro di taglio e cucito è un libro di qualità. Ci sono poi coloro che producono robacce, ma la robaccia torna indietro avariata. Invece il libro di qualità semina qualcosa nelle teste delle persone. Credo che un libraio vero sia in parte responsabile della formazione dei suoi clienti».
«Il coraggio è una cosa che viene strada facendo. Grazie alla professione che svolgo mi rendo conto che mettere passivamente in commercio libri di un’industria editoriale stanca e inconsapevole non è bello. Così, ho iniziato io a stampare qualche libro. Ho pubblicato alcuni premi Nobel, la stessa Louise Gluck, Napoli porosa di Walter Benjamin.
I libri degli amici Rea, De Luca, Dolci. C’è questa volontà di cercare di essere utili, intelligenti, consigliare qualcosa che fa riflettere e non rendere il libro solo un oggetto-merce. Il libro dovrebbe essere qualcosa che spinge verso il pensiero e la riflessione. Oggi invece ci sono libri che avariano prima dello yogurt. Quando passo tra le librerie di catena mi rendo conto che c’è una disperazione editoriale e produttiva. Detto questo, credo che dopo questa grande abbuffata di Amazon, di servizi tutti a casa, serva un ritorno alla bottega. Il libraio è un mediatore tra un sapere prodotto e il lettore dei libri.
Amazon uccide questa figura, fondamentale invece in un sistema di ricezione culturale. Bisogna saper fare questo mestiere. Io faccio il libraio con molta semplicità e ho scelto di non essere servo dell’industria editoriale, ma essere indipendente. Io ho la fortuna di fare più lavori, vendo libri nuovi e vecchi».

«Questo è il mio motto perché penso che ogni tanto ci sia bisogno di riprendere in mano libri del passato, specialmente se sono così importanti. Qua ogni volta che prendiamo un vecchio libro di letteratura in mano, anche se tra tante virgolette “minore”, si scopre una letteratura straordinaria. La nostra fortuna è anche di riuscire a mettere in mano alle persone i libri giusti, dagli studenti ai tanti intellettuali napoletani».
«È una tradizione di miseria! Napoli era il luogo dove si pagavano meno i tipografi. Le librerie qui sono anche librerie-editrici, ma sono sempre mancati i capitali. Diciamocelo: Napoli ha la peggiore borghesia del paese, che campa di rendita parassitaria e non investe un centesimo. È una città priva di industria pesante, e quindi anche culturale. Ora qualche miglioramento sembra avversarsi grazie al nuovo cinema e grazie al lavoro di qualche autore interessante. Ma questa è la realtà della città: miseria e povertà».
«Napoli produce tanti buoni libri. Ho letto di recente Titti Marrone ma anche Alessio Forgione. Abbiamo avuto, inoltre, una fortunata ripresa di Domenico Rea: le sue opere anche dopo 70 anni sono di una freschezza straordinaria. In questo momento sto rileggendo Ninfa Plebea. La critica accademica e quella giornalaia non hanno fatto bene i conti con questo libro, criticandolo in passato con troppa superficialità. Invece è un’opera coraggiosa. Rea, come molti, negli anni del secondo dopoguerra ha sempre scritto guardandosi intorno. Rea scrive questo libro con una maturità intellettuale straordinaria, a briglia sciolta, creando un vero capolavoro del ‘900».
di Ciro Giso e Nicola Iannotta
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