
Martín è un professore di letteratura. Un argentino, tifoso del Boca, cresciuto a due passi da casa Maradona. Nonostante gli oltre 11.000 chilometri di distanza, le 5 ore di fuso orario e le difficoltà linguistiche, la poesia e la capacità empatica con cui Martín è stato in grado di raccontare il suo rapporto con “el Diego” hanno fatto sì che fossimo seduti allo stesso tavolo, che si creasse qualcosa di speciale e irripetibile.
«Vivo nel barrio porteño di Villa Devoto, a due isolati da dove Don Diego e Doña Tota Maradona passarono gli ultimi 30 anni.
Papà mi ha raccontato che quando avevo due anni passammo per questa casa e c’erano i fratelli di Diego che giocavano col pallone. Lui non c’era e io, sapendo appena parlare, gridai: «Saludos a Dieguito!». Papà ancora oggi non si spiega come sapessi chi fosse. Nemmeno io me lo spiego. È come se Diego fosse sempre stato con me, come se lo conoscessi sin dalla nascita. Durante Italia ’90 avevo 9 anni e ricordo Diego piangere con la medaglia del secondo posto al collo. Un campione che piangeva come un bambino che ha appena imparato cosa sono il dolore e la frustrazione! Da allora è nata una simbiosi: la sua felicità era la mia, le sue lacrime erano le mie».
«Ha significato tanto dolore, ma anche incredulità. Più passano i giorni e meno ci credo. Mi sento come quando si ritirò dal calcio. Credevo che da un momento all’altro potesse indossare di nuovo gli scarpini e riprendere a giocare».
«Penso che il discorso di Diego sia da affrontare su un livello più alto di quello calcistico. Per questo ha avuto un impatto così grande, si trasformò in un simbolo dei popoli sottomessi. Molti grandi calciatori eccellevano nelle situazioni più favorevoli, lui era migliore nelle avversità. Lo ha fatto con il calcio, ma poteva farlo con qualsiasi altro sport. Non era un calciatore, era un partigiano che giocava a calcio».
«Credo che ci siano due errori. In primo luogo: non era un uomo debole, il peso che doveva sopportare era disumano. La sua vita sarebbe stata insostenibile per chiunque.
In secondo luogo, separare il calciatore dall’uomo è un errore! Non c’è genio che non sia stato umano. Il calciatore e l’essere umano sono un’unica cosa».
«Si cercano sempre eredi. Ma aldilà di ciò, vanno considerate le circostanze in cui l’eredità è stata costruita. Si possono ripetere trofei e gol, ma non le circostanze. Il significato sociale di Diego è impossibile da ripetere».
«Diego, per gran parte della sua vita, non ha avuto pace e in questo tutti abbiamo una percentuale di responsabilità. Oggi so che gode della pace che non aveva. Per il resto non sono io a giudicarlo. Lo ringrazio solo per tutte le gioie che abbiamo vissuto grazie a lui. Questo gli dissi al suo funerale, a Casa Rosada: “Grazie di tutto, Maestro!”».
di Angelo Velardi
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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