
«Io non punto sui rom che abbiamo, ma su quelli che potremmo avere», così esordisce Gennaro Spinelli durante la nostra conversazione. Sì la chiamo conversazione, non credo si possa definire un’intervista quella che ho fatto con il presidente dell’UCRI (Unione delle comunità Romanès in Italia). Durante questa chiacchierata, che a livello personale è servita immensamente per gettare le basi della comprensione di ciò che sono. Gennaro ha detto: «Oggi i migliori non dicono più di essere Rom, oggi quelli che ancora dicono di esserlo sono l’ultima fascia: quella degradata e bisognosa, quella del problema sociale». Pertanto, è da questo che parto:
«Oggi giorno non ci si vergogna della propria etnia, ma dei pregiudizi attorno ad essa. Nessuno si vergogna di essere Rom, ma tutti si vergognano di essere accostati alla criminalità e purtroppo, ad oggi, per sopravvivere ti devi straniare, è il fenomeno della dispersione culturale. Le persone in maniera sempre maggiore smettono di dire di essere Rom, smettono di mettere in atto le tradizioni di questa grande cultura, non ne cucinano più i piatti, non ne parlano più la lingua. Tutto questo porta alla totale negazione della propria etnia. Queste persone non vanno però giudicate, dal momento che ad oggi c’è una politica discriminatoria che porta a odiare il diverso e purtroppo i Rom sono il diverso di tutti. Questo perché la mediaticità che ruota intorno a questa cultura li porta ad essere screditati in maniera continua senza alcun diritto di replica. Nessuno chiama il singolo Rom a rispondere delle proprie malefatte usando un nome ed un cognome, si accusa direttamente un’itera categoria. Ci sono tantissimi bambini che partono da casa Rom e arrivano a scuola zingari. “Zingaro” è un eteronimo, cioè il modo con il quale un popolo chiama un altro popolo in maniera dispregiativa. Rom è un etnonimo, cioè il nome con il quale un popolo chiama sé stesso».
«L’UCRI, ad oggi, è la più grande associazione di Rom e Sinti in Italia, che punta esclusivamente sulla valorizzazione culturale e la promozione sociale. Non siamo una federazione assistenzialistica, anzi siamo totalmente contro l’assistenzialismo. Questo vuol dire che siamo contro i campi nomadi, che devono essere chiusi in quanto retaggio del nazifascismo, i Rom non vivono nei campi nomadi perché non sono nomadi per cultura. Chi vuole tenerli confinati sono le associazioni o gli enti che ci guadagnano milioni di euro. Se tu abitui una persona a non andare all’ospedale perché viene il bus preposto al campo, a non andare al CAF perché sarà il CAF a venire nel campo ecc., queste persone cresceranno rammollite e smidollate. Si lasciano morire, come animali cresciuti in cattività rimessi nella natura. Noi puntiamo sui giovani, la maggior parte del mio direttivo ha sotto i 35 anni. Quest’anno abbiamo aperto un’accademia nazionale Romanì online: gratuitamente noi spieghiamo la storia, la cultura, le origini, l’arte… l’anno prossimo quell’accademia diventerà un’università online».
«Sono la stessa cosa chiamata in due modi diversi, sono due gruppi differenti della stessa cultura: un po’ come parlare dei milanesi e dei romani. Naturalmente ognuna ha le proprie peculiarità. I cinque maxi-gruppi (definibili come regioni) si ritrovano sotto la bandiera Rom (definibile come nazione). Queste “regioni” si dividono a loro volta i molti micro-gruppi, ognuno con le proprie usanze e tradizioni, ma con un fondo comune. Spesso la gente tende a pensare che queste culture siano la stessa cosa o qualcosa di completamente diverso, in realtà la verità si trova nel mezzo. I gruppi provenienti dalla ex Jugoslavia, per esempio, sono per la maggior parte ortodossi o musulmani, questo comporterà alcune variazioni alimentarie di costume dai gruppi cristiani… ma di fondo si tratta della stessa cosa».
«Certo, possiamo partire dall’arte. Prendiamo ad esempio il Jazz manouche o il flamenco: unione della musica ebraica, andalusa, mozarabica e romanì. Ci sono influenze nella poesia, nella scultura, nella pittura… l’influenza romanì è dilagante, solo chi non vuole vedere non vede. Per non parlare del vestiario (gli orecchini a cerchio per esempio). Il pianoforte esiste grazie alla cultura romanì, grazie all’esportazione del cimbalom (antenato del clavicembalo) da parte dei romanès intorno al 1400. Per non parlare dell’oboe, derivante dalla zurna: esportata dai Rom direttamente dal Punjab».
«Anzitutto c’è la necessità di avere la fedina penale pulita e di avere un lavoro, non siamo un’associazione aperta a tutti. Entrano a far parte di UCRI solo quelle persone che dimostrano di voler semplicemente migliorare la nostra cultura. È difficile, fino ad ora scardinare un meccanismo di oltre 40 anni che mira solo a lucrare rappresenta le sue difficoltà. Noi in 2 anni siamo riusciti ad entrare a Palazzo Chigi, io lavoro all’UNAR (Ufficio antidiscriminazione razziale). Prima di ora, un Rom a Palazzo Chigi non c’era mai stato».
È comunque troppo poco ciò che ho trascritto delle parole di Gennaro, sarebbe impossibile riassumere tutto qui. Ciò che vi invito personalmente a fare è aprirvi, è non avere paura, è scoprire qualcosa di magnifico che per troppi anni è e stato nascosto da colate di fango. Una cultura che esiste da secoli e che abbiamo la fortuna di poter scoprire (e ripulire) anche grazie ad UCRI.
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°224 – DICEMBRE 2021
La legge organica in materia di intelligenza artificiale (da qui in poi “AI”), approvata in via definitiva dal Senato il ...
Il Carnevale di Palma Campania è una manifestazione di antichissima tradizione, che assume una rilevanza centrale per la com...