
Dunque, nell’autunno del 2001 espressione di dirompente creatività si manifesta nel corso della sfilata dello stilista Miguel Adrover che, lasciando esterrefatti tutti, aprì lo spettacolo con un impermeabile Burberry “modificato”. La stampa se da un lato consacrò lo stilista come genio stilista, dall’altro sottolineò anche la palese violazione del copyright.
Conseguenza inevitabile per il designer, infatti, fu una diffida da parte degli avvocati di Burberry che lo costrinsero così ad abbandonare la sua originale linea di moda.
D’altronde si sa: il logo è viva espressione del DNA di un’azienda. Tuttavia, è evidente che le regole della moda mutano velocemente ed è per questo che, da qualche anno, si sta assistendo alla comparsa di designer indipendenti che, come Adrover, hanno fatto dell’appropriazione e rielaborazione creativa dei loghi, in particolare quelli più noti, il loro cavallo di battaglia.

Il macro-trend dell’Upcycling (recupero creativo e sostenibile dello scarto e dell’invenduto) travolge sempre più il settore moda.
L’assemblaggio anche di più brand nello stesso articolo, infatti, non è più motivo di indignazione, anzi l’hackeraggio del logo altrui suscita un piacevole effetto sorpresa, rivelandosi come strategia vincente con cui i nuovi upcycler sono riusciti ad uscire dall’anonimato.
Pertanto, nonostante nessuno dei progetti sia stato autorizzato dai marchi interessati, non si segnalano per il momento denunce per violazione del copyright.
Molto probabilmente questo atteggiamento è conseguente al fatto che le grandi case, consapevoli che potrebbero ricevere un effetto boomerang, si astengono nel punire chi invece si impegna nel recuperare capi che finirebbero invece gettati.
A tal proposito, possiamo ricordare i recenti scandali circa la distruzione degli stock invenduti dei grandi brand.
Intanto, però, svariati marchi hanno iniziato a giocare rinnovando la propria estetica e spesso citando ironicamente loghi di altre aziende: la “migrazione del logo” è ormai moda.
di Nunzia Gargiulo
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