
Ci sono due film in questo 2021 che hanno distrutto ogni aspettativa nel migliore dei modi possibili, per me: The Suicide Squad di James Gunn e Dune di Denis Villeneuve. Del primo parlerò in un futuro articolo: il secondo l’ho appena visto per la seconda volta. È diretto da Denis Villeneuve, regista del Québec già famoso per capolavori come Enemy, Prisoners, Sicario, Arrival e Blade Runner 2049.
Un regista minimalista dai set e la fotografia spogli e dalle inquadrature capaci di far sembrare i suoi soggetti giganteschi, che siano ambientazioni o personaggi. E proprio di un regista del genere vi era bisogno per adattare Dune, un mattone di oltre 500 pagine in cui l’Universo versa in un Impero Galattico feudale dove i computer sono umani in carne e ossa, ci si addestra a manipolare il proprio genoma con la forza del pensiero, e il traffico che fa guadagnare tutti è la Spezia, una droga che ti permette di navigare nell’iperspazio.
Tutto questo, per fortuna, Villeneuve lo rilega in un paio di spiegoni all’inizio, lasciando il resto del film libero da infodump per permetterci di ammirare il contrasto tra gli intrighi di palazzo dell’Impero e la brutale lotta per la sopravvivenza su Arrakis-Dune, il pianeta da cui proviene la spezia. La storia è molto semplice, in apparenza: il giovane Paul Atreides, figlio del reggente di Arrakis, si ritrova reso orfano e perseguitato dai perfidi cugini Harkonnen, i quali vogliono il pianeta per dominare i traffici di Spezia. Per vendicarsi si allea con i nativi di Arrakis, i Fremen, integralisti religiosi, i quali vogliono indipendenza dall’impero e che credono che Paul possa essere il prescelto (Muad’dib) che li libererà, secondo una loro profezia.
Peccato però che Paul sia un bastardo senza molti scrupoli né moralità che fa tutto questo perché è stato accidentalmente creato come messia (Kwisatz Haderach) negli esperimenti genetici dell’ordine monastico a cui appartiene sua madre, lo stesso ordine monastico che ha impiantato la profezia nella cultura Fremen per manipolarli per i propri scopi, e che tutta la Jihad seguente (di cui si vedrà l’inizio in Dune: Parte Due) sia un colossale errore.
Dune è quindi una profonda e complessa esplorazione di come il potere corrompa, dei danni che il fondamentalismo possa fare, e dei danni portati dall’imperialismo e dal colonialismo. Lo stesso Arrakis un tempo era un pianeta verde e lussureggiante, ma fu reso un deserto per facilitare le condizioni di estrazione della Spezia. Fate voi i vostri paragoni con il Medio Oriente e il petrolio. Erano questioni scottanti già nel 1965, quando uscì il libro. I Fremen, del resto, sono esplicitamente arabi, e l’Impero, per feudale che sia, ha la brutta abitudine di vestirsi in divise molto, molto fascistizzanti.
Il film, come detto, è un adattamento molto fedele. Le poche cose tralasciate sono tralasciabili, nell’enorme e densissimo mondo di Dune, anche perché saranno importanti solo nella seconda parte. Timothée Chalamet ha la faccia perfetta per un futuro aizzapopoli freddo e vendicativo come il protagonista, e il film finisce proprio al momento giusto, lasciandoti contemporaneamente l’acquolina in bocca per la seconda parte e la soddisfazione di aver visto un’epoca moderna. Ed era ora.
Dopo quasi sessant’anni e due tentativi andati se non male non proprio bene, finalmente Dune è stato adattato come la decenza comanda. Finalmente, il Dormiente si è svegliato.
di Lorenzo La Bella
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°223 – NOVEMBRE 2021
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