
Eros e arte nelle case di Pompei: nel Parco Archeologico 70 opere inedite sul tema della sensualità
Una nuova mostra si apre negli Scavi archeologici di Pompei, all’interno della Palestra grande: “Arte e sensualità nelle case di Pompei“. Un titolo che può destare un po’ di imbarazzo, fin quando non ci si immerge, con interesse e stupore, all’interno di questi meravigliosi ritrovamenti.
Bisogna svuotare la mente dalla visione classicista del mondo antico ed entrare all’interno di concezioni del sensuale e dell’erotico che erano quotidianità negli spazi di vita degli antichi. La mostra si propone, dunque, come una chiave di lettura da cui partire per riuscire a comprendere ciò che è all’interno del Parco.

«Il Sito archeologico di Pompei – afferma Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco archeologico di Pompei – e tutti gli altri circostanti devono essere una mostra continua che racconta alle persone la ricerca, il lavoro quotidiano dei restauratori, la tutela della conservazione che stiamo svolgendo giorno per giorno. È fondamentale la possibilità per il pubblico di essere coinvolti in questo percorso di archeologia e conoscenza. La mostra valorizza le ricerche non solo degli ultimi secoli, ma anche degli ultimi anni e mesi.
Grazie alla collaborazione che Massimo Osanna aveva già avviato con la Procura per il contrasto alle attività clandestine di scavi e saccheggiamento intorno al sito di Pompei, si è arrivati alla scoperta di uno scavo clandestino con all’interno reperti straordinari. Beni finalmente restituiti alla collettività con la mostra, adesso, e precedentemente raccontati solo attraverso arti-coli e social. È stato un grande lavoro di squadra e siamo fieri di questo».
Un lavoro di squadra, dunque, che ha come obbiettivo lo spiegare l’onnipresenza della sensualità nell’immaginario di Pompei: un concetto più attuale che mai. Grazie all’impegno del Direttore Zuchtriegel e della Professoressa Catoni, curatori della mostra, si aggiunge quello di Massimo Osanna, ex Direttore degli Scavi e Direttore Generale dei musei, e quello di Nunzio Fragliasso, Capo della Procura di Torre Annunziata.
«Le mostre sono generalmente considerate nelle definizioni burocratiche come un’opera di valorizzazione. In realtà, questa è una mostra che percepisco come un incontro sia a livello di contenuti, di linguaggio dell’arte e di tema della sensualità. Tutto il Parco ha lavorato ad una grande opera di ricerca e questa è un modello di mostra di incontri non solo tra diverse funzioni del patrimonio culturale, ma anche tra diverse missioni che abbiamo: ricerca, conservazione e formazione» sancisce la Professoressa degli IMT Alti Studi Lucca Maria Luisa Catoni.

Ricerca è la parola fondamentale per questa mostra: un’unione di 70 opere dalla grande potenza scenica e storica.
«Pompei…si torna a casa! Quest’avventura pompeiana, che ho condotto per quasi sette anni, ci ha insegnato quanto è importante lavorare insieme. A Pompei si scopre l’importanza di fare rete, sempre: tra di noi, con le istituzioni, fra i funzionari, ed è una cosa che non è scontata.
La mostra è ricerca a 360°; sono rimasto molto sorpreso anche di vedere pitture e sculture che nella mia direzione, mea culpa, non avevo visto mai. I nostri musei e parchi archeologici devono essere sempre più luoghi di ricerca, di formazione, di incontro, confronto e di diletto. Bisogna continuare ad emozionarsi ancora nei nostri luoghi di cultura» – afferma Massimo Osanna.
Continuare a ricercare ed emozionarsi, ma soprattutto riportare alla luce quei beni che sono stati sottratti all’abusivismo e donati, finalmente, alla collettività con questa mostra. L’impegno della Procura di Torre Annunziata, in sinergia con il Parco Archeologico, punta a ridare nuova vita ai reperti, dando vita a questa prima ed unica esperienza di archeologia giudiziaria.

«Questa mostra è una novità – continua Nunzio Fragliasso-, caso unico di archeologia giudiziaria nel panorama italiano. Attività che ha portato a risultati straordinari: dal punto di vista giudiziario si è arrivati finalmente ad una sentenza di condanna nei confronti degli autori degli scavi archeologici abusivi. Dal punto di vista culturale e archeologico ha riportato alla luce un sito straordinario, che era stato dimenticato e che ha consentito divenire alla scoperta di reperti archeologici eccezionali.
Ebbene abbiamo il compito di portare sempre più avanti questa sfida. Per fare ciò, abbiamo bisogno di essere aiutati: da soli non ce la possiamo fare. Se ci sono tanti e ancora attuali scavi abusivi è perché c’è attorno tutto un mercato internazionale che piazza all’estero reperti importantissimi: per questo siamo impegnati in tre rogatorie internazionali.
Quello che ci insegna la formidabile avventura di Civita Giuliana è che se le istituzioni guidate da persone capaci e intelligenti fanno rete, i risultati si ottengono: siamo fiduciosi di riportare in Italia ciò che ci è stato tolto». Una mostra, dunque, che ha un grande significato non solo artistico e legale, ma anche sociale.

In un approfondimento con la Professoressa Catoni, abbiamo avuto l’opportunità di sottolineare quale impatto ha avuto la mostra con la collettività e riuscire anche a contestualizzare le idee di religiosità una Pompei che fu, con la Pompei dei nostri giorni.
«Siccome è molto difficile, c’è una domanda preliminare: “Perché dovrei fare questa fatica?”. A parer mio, la fatica va fatta perché è un esercizio che permette di guardare la realtà con il binocolo nelle due direzioni, sia da molto vicino che da molto lontano. Questo è un esercizio utile soprattutto nel mondo di oggi: le persone che vanno ad operare in un mondo così complesso devono avere questa flessibilità di contestualizzare una determinata parola o concetto. In conclusione, alla tua domanda rispondo: è davvero molto difficile, infatti l’obiettivo di questa mostra è quello di invitare il visitatore a fare questo tipo di esercizio».
«No, non è stato un problema. Perché il nostro intento è mosso proprio dalla voglia di riportare il tema dell’eros che non è quello che intendiamo oggi. Una dea dell’Eros, ossia Venere, anche qui era oggetto di culto. Pensate che anche dal punto di vista religioso Eros era un dio e Venere è una delle divinità più importanti. Questa mostra ci aiuta ad essere consapevoli del fatto che gli occhi con cui guardiamo, non sono gli occhi degli antichi».
di Luisa Del Prete e Cristina Siciliano
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