
Un’impresa aperta ai mercati internazionali e che riesce a connettere la realtà globale del nostro tempo ai valori della tradizione sartoriale partenopea, qualitativa ed estetica.
Una filosofia che traspare prepotente dalle compagne di advertising ironiche e irriverenti titolate “Proudly Napulitano”. Il risultato è un prodotto sartoriale e tecnico eccellente, totalmente e orgogliosamente Made in Napoli.
«Abbiamo deciso aggiornare lo stile rendendolo più moderno. Oggi c’è una tendenza a mixare dettata dai giovani che per me sono i veri designers, capaci di creare uno stile unico e innovativo.
Ho sempre guardato a loro con interesse. D’altronde, sono sempre stato contrario alle regole nell’abbigliamento, bisogna adeguarsi, cambiare.
Quando ho cominciato a lavorare, l’abito non poteva essere spezzato, la giacca e il pantalone dovevano essere sempre coordinati, poi i giovani hanno abbinato una giacca di gessato ai jeans… e alla fine funziona.
Nella collezione ho abbinato giacche classiche a pantaloni della tuta in cachemire. Ora sto aspettando una cosa che alla fine, arriverà: il calzino bianco.
Un orrore che qualcuno sicuramente, troverà il modo di portare in maniera carina e il calzino bianco sarà sdoganato».
«A Casalnuovo Isaia deve molto. Essendo cominciata a qui la nostra attività di tailoring, ci è sembrato doveroso omaggiare la città con un riconoscimento.
Negli anni ’50, quando mio nonno decise di trasferire qui la sua attività sartoriale, questa cittadina era già conosciuta come “la città dei sarti”, dove circa la metà degli abitanti svolgeva questa professione.
Un passato poco conosciuto che la Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo, ha deciso di rileggere attraverso un progetto di ricerca storica volto a capire come sia nata la sartoria napoletana e cosa abbia trasformato Casalnuovo nel suo centro.
Dopo aver portato Napoli nel mondo, adesso vogliamo far conoscere ai nostri clienti questa città, scrigno della sapienza artigianale partenopea».
«Casalnuovo desidera il riscatto e non ha mai smesso di lavorare per ottenerlo. Basterebbe una passeggiata per rendersi conto che si tratta di un paese in crescita, in continua trasformazione che non ha mai smesso di crescere e credere nello sviluppo. Noi siamo orgogliosi di essere un punto importante di questo riscatto e faremo del nostro meglio per restituire alla città l’immagine che merita».
«La vita dell’imprenditore è difficile, ma lo è sempre stata. Personalmente lavoro dall’89 e ogni anno mi veniva ripetuta la stessa cosa: «quest’anno è difficile».
È vero, ci sono le crisi, ma io le analizzo, le affronto e mi assicuro che tutta l’azienda le percepisca come un’opportunità di miglioramento. Dove c’è una crisi, c’è un’opportunità di crescita, uno stimolo a fare meglio.
Diversamente ci sarebbe l’appiattimento. In questo momento è l’Italia la nostra sfida, un mercato molto difficile, quasi inesistente nel nostro business che esporta il 90% della produzione.
Ma questo momento di stasi può essere un’opportunità di riorganizzazione e interessante riflessione per la creatività aziendale».
«È un mercato diverso, un business a parte.
Non è vero che si mandano lì solo le rimanenze, ma è rivolto a un target diverso definito aspirational, clienti più giovani che non possono ancora affrontare la spesa del flagship a prezzo pieno, però sono appassionati e negli outlet hanno la possibilità di acquistare un nostro capo, a un prezzo più interessante».
di Maria Rosaria Race
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