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"Ho visto Maradona"

Alessandra Criscuolo
Alessandra CriscuoloRedazione Informare
2 dicembre 20204 min di lettura

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"Ho visto Maradona"

Che forma ha un’emozione?
In queste settimane è rotonda, come quel pallone che avevi ammaestrato.
La sfera che docilmente ti seguiva e faceva quello che volevi tu. Un rapporto tra voi che andava oltre la fisica, oltre la ragione.

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Il colore so qual è: azzurro come il cielo, come la maglia che hai amato. È arrivata come un fulmine a ciel sereno la notizia della morte di Diego Armando Maradona, i pensieri si accavallavano, si rincorrevano fino a fondersi in un ricordo. Per ogni tifoso, uno diverso, un’unica emozione che racchiude una storia di amore, calcio, lacrime, tradimento.
Polvere e altare, perché solo lui ha saputo riscattare la storia di un popolo che lo ha amato e continuerà ad amarlo, il riscatto sociale degli ultimi che si sono ritrovati su. Tra le grandi, da pari a pari. E solo grazie a lui.
Un piccolo uomo argentino nato nelle favelas, che della sua vita ha sempre scelto da solo, nel bene e nel male. A Napoli aveva ritrovato le sue origini più profonde, era diventato figlio di una città e fratello dei suoi abitanti.
“Non è un giocoliere, sarà il più grande calciatore del mondo” erano state queste le profetiche parole di Don Francisco Cornejo, allenatore de Le Cebollitas, la squadra che vide nascere Maradona come calciatore. Aveva 13 anni e non si è più fermato.

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Napoli si è trovata a piangere questo figlio tanto particolare, arrivato nel 1984 tra molte polemiche. In una città senza occhi per piangere, il Presidente Ferlaino aveva fatto debiti ovunque per portare in maglia azzurra quello che tutti consideravano un ottimo giocatore, ma volubile e irrispettoso delle regole. Il Barcellona non lo aveva mai compreso e lui ci stava male in quella città, cercava qualcosa ma non sapeva ancora cosa. Aspettava Napoli.
Un silente richiamo, le sirene partenopee lo stregarono a tal punto che rifiutò di andare da qualunque altra parte.
Lo Stadio San Paolo era pieno, anzi strapieno il 5 luglio del 1984: una giornata rovente come solo il sole di Napoli sa regalare e più di 50.000 persone ad aspettarlo.
Quando entrò in campo aveva una sciarpa azzurra al collo, poi cominciò a danzare col pallone e la storia cambiò.
Quello stesso stadio che nei sogni dei tifosi e di De Laurentiis si chiamerà San Paolo – Maradona. Maradona è stato per i tifosi croce e delizia, come per gli allenatori che non potevano frenarlo: decideva lui come e cosa fare.
Nessuno poteva permettersi di legarlo alle regole: Diego affrontava la vita, la dominava, come faceva in campo con il pallone. A 100 all’ora anzi di più, uno spirito inquieto che fino alla fine dei suoi giorni ha vissuto sopra le righe. Oltre le convenzioni e il perbenismo.
Piange Napoli, piangono i suoi fratelli azzurri. I messaggi di cordoglio sono rimbalzati nel mondo intero calcistico e non, ma la sua Napoli si è stretta in un abbraccio virtuale di silenzio e lacrime alternato ai cori urlati al cielo.

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Così li sente forte!
Tutto gli è sempre stato perdonato, anche quando nel 1991 è andato via. Lui che aveva sempre rifiutato ogni offerta da altre squadre, ha deciso di cambiare la sua vita, di provare a riprenderne il controllo. E Napoli ha capito, come un’amante tradita ha pianto, ma in cuor suo l’ha subito perdonato.
L’attimo si ferma sul numero 10, che ogni napoletano assocerà sempre a lui, ci ha lasciati l’uomo ma resta con noi tifosi una grande eredità. Ci ha insegnato che nella vita tutto può cambiare, noi lo possiamo cambiare.
Diego resta nei sogni di ogni bambino che tira un calcio ad un pallone.

di Alessandra Criscuolo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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  • #argentina
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  • #Diego Armando Maradona
  • #Napoli
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Alessandra Criscuolo
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