
“I Fratelli De Filippo”: i tre protagonisti si raccontano per Informare
Per la regia di Sergio Rubini, presentato nell’ottobre 2021 alla Festa del Cinema di Roma e distribuito nel dicembre 2021 nelle sale cinematografiche, il film “I fratelli De Filippo” narra l’esordio sul palcoscenico e le difficoltà affrontate nei primi anni dal celebre trio teatrale del Novecento italiano.
Eduardo, Titina e Peppino: tre nomi che vanno al di là di ogni epoca, capaci di sfidare e superare il tempo ed i generi teatrali; tre nomi che, ancora oggi, riecheggiano come eterni nella storia del Teatro internazionale.

Ad interpretare i tre fratelli sono: Mario Autore, nei panni di Eduardo, Anna Ferraioli Ravel, nei panni di Titina, e Domenico Pinelli, nei panni di Peppino. Il racconto ai microfoni di Informare di un trio di attori che ha saputo conquistare la scena e ricordare con grande bravura i Fratelli De Filippo.

Mario Autore, interprete di Eduardo De Filippo
«L’ho vissuta come una grande responsabilità: con molto orgoglio, tanta soddisfazione, ma anche grande timore. Ormai è diventato un archetipo della tradizione napoletana, lo chiamiamo “Eduardo” senza la necessità di dire il cognome ed il mio timore era quello di generare dei confronti che, ovviamente, sarebbero stati del tutto inappropriati. Dunque, il mio intento non è stato quello di imitarlo, bensì di ricordarlo».
«Quando si interpreta un personaggio, si cerca sempre di scavare dentro di sé per capire quali sono i punti di contatto. Inoltre, anche per ricostruire realisticamente quali sono state le emozioni del personaggio in quel preciso momento collegandole a quelle della propria vita. Ci sono stati dei momenti, soprattutto nelle relazioni con Vincenzo Scarpetta, che sono stati umanamente più complicati. La scena dell’ascensore è la più incisiva da un punto di vista emotivo: prevale quel senso di riscatto da parte dei tre fratelli che è la reazione alle umiliazioni di essere “coloro che non possono prendere l’ascensore”, i figli illegittimi di Eduardo Scarpetta».
«Carmelo Bene, durante una lezione alla Sapienza con Eduardo, disse che quest’ultimo cercava sempre di complicarsi la vita sulla scena e non tentare mai la strada più semplice, mettendosi sempre in discussione. Io penso che questo sia un mantra che ogni attore debba sempre ricordare per non adagiarsi troppo su sé stesso. Un’ulteriore consapevolezza che mi ha lasciato Eduardo è quella che nessuno può raccontare qualcosa che non ha vissuto. La grandezza di Eduardo è stata quella di trasformare, con i dovuti camuffamenti, le sue esperienze di vita in prodotti artistici».
«La mia passione è nata, molto banalmente, in un laboratorio a scuola da bambino. Dopo quello, continuai a studiare teatro negli anni a venire, fino a quando entrai in una profonda crisi una volta finite le scuole superiori perché non sapevo cosa fare della mia vita. Così ho scelto di continuare con il Teatro, frequentando la scuola del teatro Elicantropo e vari laboratori. Sono partito con la gavetta: ho fatto il tecnico, il macchinista, il fonico, i laboratori con i bambini. Le ho fatte tutte, proprio perché mi piace il mondo del teatro e lo volevo conoscere a fondo. Man mano, nel corso degli anni, ho deciso di tagliare alcune cose e adesso sto facendo l’attore, il regista ed il compositore di musiche di scena».
Hai qualcosa in cantiere?
«Ho uno spettacolo, il Don Giovanni di Molière, che debutterà a maggio al Teatro Civico 14 di Caserta, di cui sono il regista e l’autore delle musiche; poi l’estate prossima girerò un film, di cui ancora non posso dire molto, nella quale interpreterò un musicista».

Anna Ferraioli Ravel, interprete di Titina De Filippo
«Più che come una responsabilità, l’ho vissuta come un irripetibile opportunità di arricchimento sentimentale e artistico. Titina ha rifondato il concetto di naturalezza espressiva, muovendosi con grazia e commovente intensità nell’intricato groviglio dei rapporti umani, in scena come nell’intimità del suo privato».
«Grazie alla preziosa sensibilità registica di Sergio, abbiamo da subito lavorato sulla costruzione di un’empatia familiare, discostandoci da ogni velleitario tentativo di riproporre un’imitazione, ma piuttosto concentrandoci sull’origine urgente e primaria del loro percorso di affratellamento artistico. I nostri personaggi sono emersi nei sentimenti e nei conflitti l’uno dell’altro. Il mio personaggio si è plasmato nell’osservazione. Non è un caso che la battuta che più rappresenta il mio vissuto emotivo in questo film la pronuncio nella scena delle prove di Sik-Sik: “Ma tu guarda i fratelli miei. È come se li vedessi per la prima volta”».
«Eduardo e Titina erano legati da un sentimento di profonda condivisione, radicato nel sostrato complesso di ferite, di umiliazioni e di lotte. Credo che i primi anni dell’infanzia abbiano suggellato una specie di patto fondato sulla compassione reciproca, sul riconoscimento. Quella che Eduardo ha definito più tardi la telepatia: “quando io non busso e tu apri la porta“. Con Peppino il rapporto era filtrato dal suo ruolo di madre e protettrice. Più filiale e tormentato, ma altrettanto tenero e appassionato».
«I De Filippo hanno dimostrato come l’urgenza espressiva, insieme all’ostinazione e al sacrificio, siano la base autentica e vitale di qualunque processo artistico. Si sono resi interpreti dei drammi psicologici e intimi di una generazione martoriata dalla guerra e dalla povertà, restituendo un’immagine tridimensionale e sfaccettata di Napoli, che l’ha resa universale. il loro teatro, simbolico e carnale allo stesso tempo, è diventato una metafora trasversale alle epoche, celebrando ancora oggi l’assoluta e indiscussa centralità del loro pubblico».
«Credo dalla insaziabile curiosità verso tutto quello che non conosco. Credo che questo mestiere abbia a che fare con gli altri, molto più che con sé stessi. Immedesimarsi nelle loro vite è un privilegio, oltre che un prezioso insegnamento di relatività, che mi porto dietro anche nel quotidiano».
«Il progetto futuro è quello di rinnovare il mio amore per tutti i personaggi che si affideranno a me per esprimere il loro punto di vista sul mondo. Per il resto, che dire, ormai siamo una famiglia».

Domenico Pinelli, interprete di Peppino De Filippo
«Sicuramente la responsabilità è stata grande, ancor più considerando il fatto che sono Napoletano e i De Filippo rappresentano le fondamenta della cultura mia e di gran parte degli attori miei conterranei. Ad essere sincero, però, credo che il compito ci sia stato facilitato da due fattori. Il primo sta nel fatto che il Peppino che ho interpretato è un Peppino giovane, nei suoi primi anni di formazione, non ancora attore affermato e dunque ancora lontano da quello che tutti conoscono e amano (per questo il “paragone” è impossibile). In secondo luogo, la sensibilità di un grande regista come Sergio mi ha reso sereno e protetto».
«Per come raccontato, Peppino mi somiglia molto. Manie di persecuzione, complesso di inferiorità, insicurezze… la parte difficile è stata proprio il mettersi realmente a nudo e cercare di restituire tutto questo al personaggio».
«Non ci sono parole (o almeno io non ne ho) per descrivere le emozioni che questo set mi ha regalato. Una delle cose più belle del set è senza dubbio il rapporto che abbiamo instaurato noi attori. Le dinamiche familiari del film si sono magicamente mischiate con quelle della vita vera e quindi spesso ci trovavamo a girare delle scene in cui la vita si sovrapponeva alla finzione, e le cose accadevano sul serio. La scena che porto nel cuore proprio per questo motivo è quella in cui mentre tutta la famiglia è riunita a pranzo Eduardo dice a Peppino della proposta di lavorare a Milano. Girare quella scena è stato molto emozionante, come anche tutte le scene delle prove».
«Io, quando mi chiedono delle mie origini, rispondo che sono Napoletano, ma non perché sono nato a Napoli. La mia napoletanità sta nello spirito che ho conosciuto, amato e assimilato guardando le commedie e i film dei De Filippo. Sono il peso più grande del mio bagaglio culturale e artistico».
«Mio padre è un attore. Sin da bambino ho cominciato a seguirlo in tutti i teatri dove recitava e questo ha fatto sì che sentissi quei posti come una mia seconda casa. Quando entro in un teatro, anche se per la prima volta, mi sento al sicuro. La passione per il cinema viene dopo aver gustato il sapore del palcoscenico, l’attore è onnivoro ed ha bisogno di nutrirsi nel modo più vario che può».
«Adesso sto per finire le riprese sul set di Don Matteo. Poi ho in programma un piccolo giro con la mia compagnia teatrale. Il resto è tutto in divenire. Bisogna studiare sempre e farsi trovare sempre pronti perché quando meno te lo aspetti arriva qualcosa di magnifico… tipo “i fratelli De Filippo”».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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