
“Anche noi siamo molto preoccupati da questo coronavirus. Anche noi tra gli ‘ultimi’ della società siamo angosciati per i nostri cari che sono al di fuori di queste mura, come loro lo sono per noi. Le condizioni in cui ci troviamo a vivere sono difficili, in alcuni casi impossibili. […] Ci dovrebbe essere tolta la libertà, non la dignità, il diritto alla salute, il diritto a vivere”.
Era questo l’appello che lanciavano a marzo i detenuti della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, rivolto come tanti altri ad uno Stato che temevano li avrebbe dimenticati e abbandonati.
«Per portare finalmente queste realtà invisibili agli occhi delle Istituzioni bisogna dare voce a chi non ha voce» – afferma ancora Ioia. I difetti del sistema carcerario su cui la pandemia sta accendendo i riflettori, infatti, non sono una novità per chi li sperimenta da sempre sulla propria pelle, ma semplici conseguenze di problematiche preesistenti che già rendevano le carceri delle discariche sociali.
A raccontarci quali sono queste difficoltà ataviche è Emanuela Belcuore, garante dei diritti dei detenuti di Caserta, che si occupa degli istituti di Arienzo, Carinola, Aversa e Santa Maria Capua Vetere. Per quanto riguarda quest’ultimo, uno degli elementi che rende impossibile la convivenza con il virus è l’assenza di acqua potabile, condizione indispensabile per garantire anche il più essenziale livello di igiene. A questo si aggiunge la totale assenza di prodotti igienizzanti e di dispositivi di protezione individuale.
«La sezione preposta per i detenuti covid non è ben isolata- ci dice la garante, sottolineando il forte rischio di contagio- e la polizia penitenziaria entra in cella senza guanti, senza tute, senza mascherine».
Ad aggravare il tutto contribuisce la difficoltà dei detenuti con patologie croniche a ricevere visite mediche specialistiche a causa dei forti rallentamenti provocati da un sistema sanitario ormai al collasso. Uno dei reclusi del Santa Maria Capua Vetere, affetto da HIV, ci racconta la Belcuore, è riuscito ad ottenere una visita solo dopo un’attesa di più di tre mesi.
Antigone si schiera dunque a favore di un ampliamento dei provvedimenti comunemente denominati svuota-carceri, in modo che consentano a una più larga fetta della popolazione carceraria di scontare l’ultimo periodo della propria pena in detenzione domiciliare. Le misure finora stabilite dalle Istituzioni, riassunte all’interno del Decreto Ristori del 30 ottobre, comprendono ancora una cerchia troppo ristretta di beneficiari.
Il decreto infatti stabilisce licenze e permessi premio di durata straordinaria, ma riservate esclusivamente a coloro che hanno già goduto in precedenza di permessi di uscita ordinari. Dispone inoltre la possibilità di un trasferimento agli arresti domiciliari per tutti i reclusi a cui restano da scontare 18 mesi di pena o meno. Ad essere esclusi da ogni beneficio sono, invece, i detenuti soggetti all’articolo 4bis e 41bis dell’ordinamento penitenziario.
I punti presentati da Antigone mirano ad un’applicazione più estesa della liberazione anticipata per buona condotta e ad un ampliamento fino a residui pena di 36 mesi delle disposizioni attuali riguardanti la detenzione domiciliare.
Si richiede poi l’estensione di quest’ultima senza limiti di pena a coloro che soffrono di patologie pregresse e che, come ci segnala Dario Stefano Dell’Aquila, componente di Antigone Campania, rappresentano quasi un terzo della popolazione penitenziaria.
Al contempo, per far fronte alla crescente tensione psicologica, innescata anche dall’impossibilità di ricevere visite da parte dei propri cari, sono state lanciate proposte volte a ridurre la condizione di isolamento del detenuto dal mondo esterno.
Tra queste troviamo la dotazione di uno smartphone ogni cento detenuti che consenta loro di entrare più facilmente in contatto telefonico con i propri familiari, l’acquisto di PC e l’attivazione di reti wi-fi, che permettano di portare avanti telematicamente parte delle attività formative e culturali svolte prima dell’insorgere della pandemia.
Infine, per la prevenzione del contagio, viene richiesta allo Stato un’assunzione straordinaria ed immediata di personale sanitario, in modo da garantire un’adeguata assistenza ai reclusi.
Queste proposte sono la dimostrazione concreta che, se sul dramma delle carceri si soffermasse la reale attenzione delle Istituzioni, si potrebbe intervenire per lenire almeno in parte le ferite forse insanabili dovute ad anni di malagestione.
È necessario che la nostra società ascolti finalmente la voce degli ultimi, dando spazio all’interno del dibattito politico nazionale alla situazione di chi vive l’isolamento in condizioni di gran lunga più critiche delle nostre.
di Marianna Donadio e Mariasole Fusco
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