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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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Il dramma delle carceri: facciamo luce

Redazione Informare
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5 gennaio 20217 min di lettura

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Il dramma delle carceri: facciamo luce

“Anche noi siamo molto preoccupati da questo coronavirus. Anche noi tra gli ‘ultimi’ della società siamo angosciati per i nostri cari che sono al di fuori di queste mura, come loro lo sono per noi. Le condizioni in cui ci troviamo a vivere sono difficili, in alcuni casi impossibili. […] Ci dovrebbe essere tolta la libertà, non la dignità, il diritto alla salute, il diritto a vivere”.
Era questo l’appello che lanciavano a marzo i detenuti della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, rivolto come tanti altri ad uno Stato che temevano li avrebbe dimenticati e abbandonati.

Ad oggi possiamo affermare con certezza che ogni loro dubbio è stato confermato. L’emergenza Covid-19 ha dimostrato ancora una volta che le carceri sono terra di nessuno, la zona grigia in cui perdono valore i diritti inalienabili dell’individuo e anche le più banali misure sanitarie preventive si rivelano inesistenti.
Basterebbe fermarsi ad un’analisi superficiale dei numeri legati al sovraffollamento per rendere chiaro che nessuna delle norme per il contenimento dei contagi, applicate all’esterno, può essere messa in atto nelle strutture carcerarie di oggi. Secondo gli ultimi dati resi noti dal Ministero della Giustizia, infatti, al 30 novembre 2020 i detenuti presenti nelle carceri italiane, nonostante quanto disposto dal Decreto Ristori, sono 54.368 a fronte di una capienza regolamentare di 50.568, ai quali vanno sottratti più di 3.000 posti non disponibili.
Solo a Napoli, nell’istituto di Poggioreale, i reclusi superano di quasi un terzo il numero previsto.
«Io guardo la televisione e sento dire che per Natale non potrete essere in più di sei in famiglia. Io sono in una cella con 9 detenuti, come mi devo sentire? Non vale anche per noi il distanziamento?» – scrive un internato di Poggioreale a Pietro Ioia, garante cittadino per i diritti delle persone private della libertà personale. Ioia, ex detenuto, dal momento del rilascio ha dedicato tutto il suo impegno alla denuncia delle inumane condizioni di vita in carcere e delle violenze ormai all’ordine del giorno, di cui abbiamo avuto riscontro nelle rivolte di marzo, scatenatesi a seguito dell’esplodere della pandemia.
«La violenza nelle carceri esiste, è sempre esistita ed esisterà sempre. Fino a due settimane fa c’erano proteste ogni giorno, ora la situazione è più sotto controllo da quando il numero dei positivi si è abbassato da più di cento a dodici. Dove ci sono più persone e dunque il distanziamento non è consentito, come a Secondigliano, c’è paura e c’è tensione» – ci racconta il garante. Il quadro che ci descrive è quello di un abbandono totale, del quale i detenuti risentono anche dal punto di vista psicologico. Nella struttura difatti non c’è stata alcuna igienizzazione e l’unica misura di sicurezza applicata resta l’isolamento.

«Per portare finalmente queste realtà invisibili agli occhi delle Istituzioni bisogna dare voce a chi non ha voce» – afferma ancora Ioia. I difetti del sistema carcerario su cui la pandemia sta accendendo i riflettori, infatti, non sono una novità per chi li sperimenta da sempre sulla propria pelle, ma semplici conseguenze di problematiche preesistenti che già rendevano le carceri delle discariche sociali.

A raccontarci quali sono queste difficoltà ataviche è Emanuela Belcuore, garante dei diritti dei detenuti di Caserta, che si occupa degli istituti di Arienzo, Carinola, Aversa e Santa Maria Capua Vetere. Per quanto riguarda quest’ultimo, uno degli elementi che rende impossibile la convivenza con il virus è l’assenza di acqua potabile, condizione indispensabile per garantire anche il più essenziale livello di igiene. A questo si aggiunge la totale assenza di prodotti igienizzanti e di dispositivi di protezione individuale.

«La sezione preposta per i detenuti covid non è ben isolata- ci dice la garante, sottolineando il forte rischio di contagio- e la polizia penitenziaria entra in cella senza guanti, senza tute, senza mascherine».

Ad aggravare il tutto contribuisce la difficoltà dei detenuti con patologie croniche a ricevere visite mediche specialistiche a causa dei forti rallentamenti provocati da un sistema sanitario ormai al collasso. Uno dei reclusi del Santa Maria Capua Vetere, affetto da HIV, ci racconta la Belcuore, è riuscito ad ottenere una visita solo dopo un’attesa di più di tre mesi.

«La politica spesso viene in carcere per fare la sua sfilata, ma quello che rimane sono solo belle parole. Il detenuto – conclude poi – c’è, esiste, è tra di noi, non è un problema così lontano come i benpensanti credono».
A risvegliare le coscienze, lanciando una campagna di sensibilizzazione e tracciando il quadro delle precarie condizioni in cui il sistema carcerario versa, è l’associazione Antigone, che dagli anni ’80 si fa promotrice della salvaguardia dei diritti dei detenuti.
L’iniziativa, a cui hanno aderito organizzazioni di carattere umanitario come Amnesty International o CNVG, è volta a sollecitare l’intervento del governo, nella speranza di ottenere soluzioni adeguate all’emergenza sanitaria scoppiata all’interno delle carceri.
Tra le principali proposte emergono in prima linea misure volte alla riduzione del sovraffollamento, le cui percentuali hanno raggiunto, come abbiamo visto, numeri esorbitanti, con una media del 110% e picchi di più del 170% in alcune regioni.
Non c’è quindi da stupirsi se un qualsiasi tentativo di contenimento dei contagi, attraverso le necessarie distanze di sicurezza, si sia rivelato inattuabile.

Antigone si schiera dunque a favore di un ampliamento dei provvedimenti comunemente denominati svuota-carceri, in modo che consentano a una più larga fetta della popolazione carceraria di scontare l’ultimo periodo della propria pena in detenzione domiciliare. Le misure finora stabilite dalle Istituzioni, riassunte all’interno del Decreto Ristori del 30 ottobre, comprendono ancora una cerchia troppo ristretta di beneficiari.
Il decreto infatti stabilisce licenze e permessi premio di durata straordinaria, ma riservate esclusivamente a coloro che hanno già goduto in precedenza di permessi di uscita ordinari. Dispone inoltre la possibilità di un trasferimento agli arresti domiciliari per tutti i reclusi a cui restano da scontare 18 mesi di pena o meno. Ad essere esclusi da ogni beneficio sono, invece, i detenuti soggetti all’articolo 4bis e 41bis dell’ordinamento penitenziario.
I punti presentati da Antigone mirano ad un’applicazione più estesa della liberazione anticipata per buona condotta e ad un ampliamento fino a residui pena di 36 mesi delle disposizioni attuali riguardanti la detenzione domiciliare.

Si richiede poi l’estensione di quest’ultima senza limiti di pena a coloro che soffrono di patologie pregresse e che, come ci segnala Dario Stefano Dell’Aquila, componente di Antigone Campania, rappresentano quasi un terzo della popolazione penitenziaria.
Al contempo, per far fronte alla crescente tensione psicologica, innescata anche dall’impossibilità di ricevere visite da parte dei propri cari, sono state lanciate proposte volte a ridurre la condizione di isolamento del detenuto dal mondo esterno.
Tra queste troviamo la dotazione di uno smartphone ogni cento detenuti che consenta loro di entrare più facilmente in contatto telefonico con i propri familiari, l’acquisto di PC e l’attivazione di reti wi-fi, che permettano di portare avanti telematicamente parte delle attività formative e culturali svolte prima dell’insorgere della pandemia.

Infine, per la prevenzione del contagio, viene richiesta allo Stato un’assunzione straordinaria ed immediata di personale sanitario, in modo da garantire un’adeguata assistenza ai reclusi.
Queste proposte sono la dimostrazione concreta che, se sul dramma delle carceri si soffermasse la reale attenzione delle Istituzioni, si potrebbe intervenire per lenire almeno in parte le ferite forse insanabili dovute ad anni di malagestione.
È necessario che la nostra società ascolti finalmente la voce degli ultimi, dando spazio all’interno del dibattito politico nazionale alla situazione di chi vive l’isolamento in condizioni di gran lunga più critiche delle nostre.

di Marianna Donadio e Mariasole Fusco

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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  • #covid-19
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  • #pietro ioia
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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