
Lui si chiama Gaetano Pucino ed è un Maestro Liutaio. Lo incontro nella sua bottega nel centro storico di Napoli. Il suo laboratorio si trova al piano terra di Palazzo Sangro, all’angolo della Cappella Sansevero, uno tra i musei più importanti e visitati di Napoli. Non ha pagine social per scelta, gli basta la finestra del suo laboratorio che affaccia su via San Domenico Maggiore, una finestra sul mondo divenuta meta per turisti e passanti.
Gaetano Pucino nasce in Svizzera e dopo aver provato a fare il musicista da autodidatta, capisce che quello è il suo mondo e decide di rimanerci dentro. Così invece di fare il violinista ha cominciato a costruire violini più di vent’anni fa. Non solo violini, ma anche viole e violoncelli. Strumenti, o meglio creazioni, che fanno vibrare l’anima. Studia ad Ancona, si forma a Cremona, la mecca dei liutai e poi torna a Napoli dove avvia la sua bottega “Liutarte”.
Era il 1999 e da allora continua a costruire violini esattamente come li costruivano i liutai napoletani nel settecento. L’unica differenza è la firma all’interno, dal latino “facet” è diventata “facette Gaetano Pucino”. Vi assicuro che quando si varca la soglia della sua bottega è come fare un viaggio indietro nel tempo: luci soffuse e faretti da lavoro sul vecchio banco di legno ricavato da una trave di una casa abbattuta.
È qui che si racconta tra attrezzi di lavoro come scalpelli e seghe, barattoli di colla profumata, strumenti e ponticelli appesi ad un filo, libri, ritratti, foto e tazzine da caffè; tutto sparso qua e là, apparentemente senza ordine, in realtà è tutto sotto controllo.
Che tipo di artigianato rappresenta quello del liutaio?
«Il mio è un lavoro di artigianato artistico, un artigianato nobile e antico. Può sfociare nell’arte se l’opera è realizzata in maniera talmente originale da essere perfettamente riconoscibile e riconducibile all’autore, ed è quello che provo a fare io».
Hai avuto molti allievi a cui ha trasmesso tutte le tue conoscenze, in qualche modo sei il capostipite di una nuova generazione di liutai che si ispirano allo stile settecentesco napoletano. A chi ti ispiri in particolare per costruire i tuoi violini?
«Allo stile di Niccolò Gagliano, che si distingue per il colore rossastro della vernice, per la scelta dei materiali, per alcuni tratti della lavorazione».
Che tipo di legno usi?
«Acero e abete che vado a scegliere direttamente in Germania».
Quanto tempo impieghi per costruire un violino? A che ora cominci?
«Se lavorassi ad un violino per volta mi servirebbe un mese e venti giorni, pari a 280 ore. Ma in realtà non è così poiché mi occupo anche di restauro e poi ci sono mille altre cose. Arrivo in bottega verso le sei del mattino, quando c’è una luce magnifica e un silenzio unico, e posso lavorare in maniera molto concentrata fino alle dieci, poi una pausa caffè, due chiacchiere con un passante o un musicista in bottega e si fa sera».
Ti dedichi alla costruzione di violini, viole e violoncelli con una cura impressionante. Si sa che la competenza di un liutaio tende a crescere nel tempo. Come sono cambiati i tuoi strumenti in questi ultimi anni?
«Più passa il tempo più ci metto tempo, poiché oggi vedo cose che prima non vedevo. Poiché oltre che farli li penso i miei strumenti.
Oggi i miei violini sono più onesti, ho 46 anni e sono nel pieno della mia maturità artistica e tendo a non trascurare nessun particolare. Ogni pezzo è unico ed è legato a me per tutti i dettagli tecnici e per ognuno di essi scrivo un diario di bordo. Ogni violino, ogni pezzo ha la sua storia».
Chi sono i tuoi clienti?
«Professionisti del San Carlo, musicisti stranieri, studenti del Conservatorio».
Lasceresti Napoli per lavorare altrove?
«Solo per andare in un posto dove c’è più natura, forse a Procida».
Cosa fai dopo il lavoro?
«Mi rilasso con gli amici artisti che mi vengono a trovare in bottega la sera e con i quali si discute di arte e cultura, si fa musica, si canta e si beve del buon vino, come un vero salotto d’epoca».
Se potessi incontrare un musicista con chi berresti una bella tazza di caffè e perché?
«Con Paganini una birretta me la farei, poiché avrei vissuto volentieri quel tempo che fu».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°224 – DICEMBRE 2021
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