
Nello scorso numero di Magazine Informare abbiamo tentato insieme con la professoressa Annamaria Rufino, docente ordinaria di Sociologia del Diritto presso l’Università Luigi Vanvitelli, di mappare i confini del mondo contemporaneo provando a comprenderne le misure. Il proposito ci appare tutt’altro che semplice e da questa sfida nasce l’idea di approfondire questioni e temi sociali di primaria importanza. Si apre così la nostra rubrica “Ridisegniamo i caratteri del nostro mondo”.
«I social media rappresentano il tessuto virtuale della realtà. Il mondo, in ogni suo aspetto e dimensione, proietta il suo quotidiano in una dimensione comunicativa che assorbe tensioni, prospettive e desideri. Il quotidiano occupa tutto il nostro tempo ma senza avere una proiezione nel domani, e i social rappresentano il «gancio» vitale, o supposto tale, per connettersi con l’esistere. In tal senso, i social mistificano e miscelano parole e significati, senza lasciare spazio ad una riflessione consapevole. Non è più necessario chiedersi a chi e cosa comunichiamo, il comunicare è fine a se stesso, è la ragione del nostro quotidiano, una dipendenza irragionevole che assorbe la percezione fuggevole della ricerca del tempo e dello spazio».
«L’ utilizzo degli strumenti tecnologici si può configurare come una dipendenza e, in quanto tale, diviene la negazione della libertà di pensiero e di azione. Gli automatismi, le inconsapevolezze, le «sottomissioni» rendono tutti schiavi di un comunicare che, nel tempo, ha ridotto, se non offeso, la possibilità di un incontro umano, di un confronto multi-prospettico, multidimensionale; dove sguardi, parole, comportamenti e pensieri non trovano spazio. Da qui il dilagare delle solitudini, delle incertezze. Il silenzio delle parole nel web allontana».
«Parlare oggi di democrazia dei social può apparire addirittura paradossale. Gli eventi bellici, e prima ancora le dinamiche pandemiche, non solo hanno richiamato l’ attenzione sui processi democratici del nostro tempo, in generale, ma hanno reso urgente una rivalutazione di tutti gli strumenti di interazione, proprio in virtù della funzione partecipata dei social e della comunicazione. Ormai, si parla da più parti della fine della globalizzazione e, se è vero come è vero, che questa tipologia di comunicazione ha coinciso con il dilagare della globalizzazione, è altrettanto vero che i limiti e i rischi della globalizzazione vanno estesi alla comunicazione multimediale. Nel tempo globalizzazione e comunicazione multimediale si sono rivelati come una forma di potere…».
«È una forma di potere estremo, totale, come dicevo prima. Il potere, letto secondo i canoni fissati all’origine dello Stato di diritto, non può nascondersi. L’ habeas corpus inaugurò, nella Rivoluzione Inglese, una straordinaria modalità di riconoscimento del potere e di chi lo esercita. Gli strumenti di comunicazione globale hanno mascherato il potere e il volto di chi li governa, affiancando, nella deriva globale, la disseminazione di tante forme di potere che non vediamo, che non possiamo nominare e non possiamo controllare, con tutti i rischi che ciò comporta, in termini, appunto, di valori democratici».
«Questi casi sono i più emblematici, anche perché i più conosciuti delle degenerazioni comunicative. Se non possiamo interagire attivamente in queste modalità comunicative, va da sé che le menzogne occupano a pieno titolo lo spazio e il dominio del dire, negando la realtà del fare. Tra i due termini non può esserci soluzione di continuità in un contesto reale, ma nella realtà virtuale tutto è possibile, il reale e la negazione del reale, anzi la sua manomissione».
«Le pubblicità sono gabbie di senso, attraversano subdolamente l’immaginario collettivo e individuale, impedendo, in definitiva, di scegliere cosa desiderare. Nel mio testo, “Scegliere, decidere, cambiare – Perché il mondo dimentica di fare”, affronto proprio questo tema, ovvero la negazione della più grande conquista del sistema sociale e umano: la libertà. Sicuramente, a monte, va evidenziata la strutturazione di un’ignoranza-trappola, disseminata in ogni ambito, ma che, a cascata, produce i suoi effetti deleteri nel nostro quotidiano».
«Michel Foucault è stato uno dei più grandi pensatori del Novecento e, come pochi altri, ha saputo leggere dietro le quinte delle dinamiche del potere, anticipando ciò che si sarebbe verificato. Credo in questo senso che definendo la biopolitica ha anticipato anche la psicopolitica, la capacità di penetrazione di strumenti di controllo che prescindevano dal corporeo, dal reale e dal tangibile. “L’ordine del discorso”, una delle sue opere, instrada in questo senso. Senza le sue intuizioni non saremmo, oggi, in grado, di capire dove va il mondo».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°229 – MAGGIO 2022
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