
A poco più di un mese dall’inizio della guerra russo-ucraina, l’intensa documentazione mediatica del conflitto apre una nuova strada alla propaganda politica, attraverso immagini e video che in poche ore fanno il giro del mondo. Lo stesso Presidente ucraino Zelenskyy si è servito di piattaforme come YouTube e Facebook per ottenere il sostegno internazionale, oltre che consolidare quello nazionale. Il fotoreporter è una figura centrale in questo confronto tra canali di informazione e cittadini. Abbiamo ascoltato due professionisti napoletani che, attraverso il loro lavoro, hanno documentato diverse situazioni di emergenza.
Roberto Salomone è un insegnante e un fotogiornalista che dal 2009 tratta varie tematiche sociali. Uno dei suoi lavori più impegnativi tocca il tema dell’aftermath rispetto alle crisi internazionali, documentando da 11 anni la tratta dei rifugiati di guerra, che tentano di raggiungere l’Europa dal Medio Oriente, Nord Africa ed Est Europa.
«I social media stanno permettendo di avere una dinamica narrativa meno filtrata rispetto ai precedenti conflitti, dando al fotoreporter l’opportunità di approcciarsi un modo diverso: non solo documentando ma anche diventando dei corrispondenti che ci “mettono la faccia”».
«Siamo sommersi di belle fotografie, non fotografie buone. C’è una differenza abissale tra il buono, che in qualche modo racconta una storia, e il bello, che si esaurisce in pochissimo tempo. La fotografia rimane rilevante nel momento in cui racconta qualcosa e non è solo un’immagine fine a sé stessa. Anche sui social, avere come unico punto di riferimento il bello ci disabitua all’ imperfezione, impedendoci di vedere ciò che c’è di più interessante intorno a noi».
«Sì, penso che la fotografia possa avere un ruolo nel far cambiare le cose. Adesso è più difficile che una sola foto cambi qualcosa, perché siamo inondati di immagini che non abbiamo il tempo di digerire. Per questo è importante la lentezza, perché la fretta nel creare contenuti ci rende confusi e precipitosi nei giudizi».
«Qui entra in ballo l’etica personale del fotografo. L’enorme quantità di immagini da cui veniamo bombardati ogni giorno rende difficile verificare le fonti, che è fondamentale in situazioni come la guerra in Ucraina. Ritorno sul concetto di lentezza: piuttosto che giocare sulla suscettibilità dello spettatore, bisogna prendersi del tempo per raccontare una storia in modo sincero. Soprattutto nel contesto bellico, è importante che anche chi osserva da fuori abbia la premura di approfondire, mentre chi informa lo educhi a farlo».
A raccontarci cosa si prova a lavorare sulla linea del conflitto è Giuseppe Carotenuto. La sua carriera di fotoreporter inizia nel 2004, quando si arruola in Afghanistan con l’incarico di fotografo. Da lì in poi è tornato numerose volte in territorio di conflitto come reporter di frontiera. In questi anni ha raccontato tramite il suo obiettivo infinite storie, tra cui la Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia, la guerra in Libia e in Siria e la malaria in Sud Sudan.
«La libertà. Avere addosso la divisa significa ricevere degli ordini. Mi arruolai nel 2004, quando lo Stato maggiore aveva creato il Media Combat Team: un gruppo di soldati che facevano documentazione in area di crisi. Fare il militare mi ha reso un uomo, mi ha insegnato delle regole. Poi ho voluto tornare ad essere libero. Non ero più disposto a ricevere degli ordini, avevo capito che un giorno avrebbero potuto chiedermi di premere un grilletto verso un’altra persona. A quel punto mi sono spogliato della divisa per tornare al mio lavoro».
«Io credo che per un fotoreporter sia importante essere presente e cercare di raccontare dal più vicino possibile una situazione, ma allo stesso tempo non può limitarsi al clic. Dopo che hai scattato una foto devi pubblicarla, motivarla. È qui che entra in gioco la parte giornalistica. In questa guerra abbiamo notato che molti si stanno esponendo e personalmente credo che non ci sia altro da fare. Però c’è da dire che chi prova a leggere il conflitto su più livelli viene zittito e questo è giornalisticamente scorretto».
«La Libia. È stato il mio primo vero e proprio conflitto. Ero in prima linea, sentivo i proiettili e i bombardamenti; lì volevo capire realmente se ero in grado di reggere la pressione. Non ho mai visto tanti morti in vita mia e credo che forse l›Ucraina sarà ancora peggio. Una foto può essere forte, ma è quello che non vedi che segna un fotografo: è l›odore della morte che non se ne va e tutti i momenti in cui hai rischiato la vita che fanno di quell›esperienza qualcosa che non dimenticherai mai».
«Quando sono partito la prima volta per l›Ucraina sono arrivato a metà strada e ho deciso di non salire sull›aereo. Ho una famiglia e l›idea di stare via tanti giorni con il rischio di non tornare mi ha fatto pensare che fosse meglio aspettare. Partire oggi è altrettanto rischioso, ma almeno sappiamo dove si combatte. Andrò a Leopoli, al confine con l’Europa con 2 milioni di rifugiati dello stesso paese. È una città sospesa, lì si stanno facendo tutti i funerali. Ci sono tanti elementi che permettono di lavorare su Leopoli senza andare al fronte, raccontando comunque la guerra».
di Giovanna Di Pietro e Marianna Donadio
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