
Oliva è un ex pugile italiano che ha vinto tutto. Patrizio è un uomo che sa di essere un vincente e i titoli e le medaglie non c’entrano niente. Per lo “Sparviero” sport e vita sono la stessa cosa. Il ring è il suo habitat naturale e ogni giorno, da troppi anni, che siano le Olimpiadi di Mosca del 1980 oppure un incontro di un suo allievo alle prime armi, l’entusiasmo è sempre lo stesso, e l’umiltà delle sue origini sempre presente ad accompagnarlo in un viaggio che adesso vede nuovi orizzonti. “Dovevo far risorgere la vita di mio fratello nei miei guantoni”. Una biografia difficile e una forza fuori dal comune, anzi no, perché come dice il campione olimpico e del mondo di boxe, se ce l’ho fatta io perché tu non puoi?
«È stata e continua ad essere tutta la mia vita. Mi ha reso famoso, campione, mi ha insegnato a saper lottare anche senza i guantoni. Quel ring è una metafora, lì non c’è nessuno che ti aiuta, suona il gong e devi contare solo sulle tue forze. Prendi un colpo, vai a terra, ti rialzi e ricominci. Reagire alle difficoltà, non tirarsi indietro, essere resilienti».
«Il campione è colui che non smette mai di provare. Da ragazzo il futuro era davanti ai miei occhi. Non ho mai sofferto la fatica perché sognavo tutte le notti di vincere le Olimpiadi e il campionato del mondo. Non pensavo da dove venivo ma dove volevo arrivare. I giovani oggi vorrebbero stare sulla vetta della più alta montagna a godersi il panorama senza affrontare la salita, troppo facile».
«Siamo abituati a guardare le medaglie ma non a quello che c’è dietro: fatica, sudore, sofferenza. La strada per il successo è tortuosa, piena di ostacoli che molti credono invalicabili. Lo sport ci insegna che se vuoi ottenere qualcosa devi allenarti duramente, altrimenti non puoi avanzare».
«Se ce l’ho fatta io perché voi no? È questo che dico ai ragazzi. Vengo dai guai della vita, per andare in palestra percorrevo quindici chilometri a piedi perché non avevo i soldi per il pullman. Sono cresciuto in un quartiere dove la criminalità cercava di farmi cadere nella sua rete, ma io ho sempre scelto la strada della legalità perché solo così si può essere liberi. Ho lavorato tanto, rigato dritto grazie agli insegnamenti dei miei genitori, loro mi hanno insegnato che la dignità non ha prezzo».
«Credo di sì, qualcosa dentro c’è già. Tuttavia le persone che ci circondano influenzano la nostra vita. Scegliere di frequentare chi condivide ciò che facciamo è fondamentale. Durante la mia carriera convivevo con un problema alla mano destra, osteoporosi, non potevo più colpire, mia moglie e i miei amici mi hanno aiutato a superare quei momenti bui».
«Sono tutti campioni. Sui social esibiscono le medaglie di bronzo vinte ai campionati dilettantistici. Non dico che è sbagliato farlo ma che si faccia con sobrietà. In palestra vedo persone che vogliono sfondare il mondo ma prima di pavoneggiarsi bisogna lavorare, infatti tre giorni e vanno via. Il campione prima veniva gestito dai media che arrivavano solo quando davvero avevi fatto qualcosa di importante, oggi si vive invece di Instagram e Facebook».
«Mai. Lo sport è unione dei popoli. Nei villaggi olimpici si respira aria di pace e non c’è gesto più bello di due avversari che a fine incontro si abbracciano in segno di rispetto e fratellanza. I cinque cerchi olimpici sono intrecciati, rappresentano i continenti, tutti insieme senza barriere, nessun tipo di razzismo. “L’importante è partecipare”, nessuno escluso».
«È proprio il contrario. Un pugile, un karateka, rispetta l’avversario e le regole, dunque rispetta la persona per strada. Un atleta è un buon cittadino perché segue i valori dello sport che sono quelli della vita. Tolleranza, solidarietà, spirito di gruppo, tradotti in senso civico significano rispetto delle leggi e della collettività».
«È un soprannome affibbiatomi dal giornalista Franco Esposito. Sul ring ero un rapace, esile, elegante ma rapido e come tutti i predatori al primo errore punivo, come uno sparviero».
«Faccio l’attore. Continuo a girare l’Italia con uno spettacolo teatrale che racconta l’uomo e il pugile: Patrizio vs Oliva. Ho anche altre proposte alle quali sto lavorando».
«Quando nel 1986 vinsi il titolo di campione del mondo contro l’argentino Ubaldo Sacco, Diego non la prese molto bene. Venni premiato proprio da lui al San Paolo, aveva una faccia che era tutto un programma. Ricordo poi una sera quando ci incrociammo in un ristorante, mi fece arrivare una bottiglia di champagne al tavolo, bevemmo insieme e facemmo pace, dopotutto io ero un suo fan».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°228 – APRILE 2022
La legge organica in materia di intelligenza artificiale (da qui in poi “AI”), approvata in via definitiva dal Senato il ...
Il Carnevale di Palma Campania è una manifestazione di antichissima tradizione, che assume una rilevanza centrale per la com...