
Nell’orrore di una guerra che trasforma ogni donna e bambino in profugo e ogni uomo in soldato, la priorità è solo una: portare le persone fuori dall’Ucraina e metterle in salvo. Una missione ben chiara a chi ha vissuto direttamente scenari di guerra e sa come muoversi nel salvataggio di essere umani, è il caso di Alberto Andreani, ex poliziotto della squadra mobile di Firenze e funzionario ONU nella sede di Vienna. Lo scorso 5 Marzo, Alberto e sua moglie decidono che è il momento di intraprendere un viaggio verso Kharkiv per salvare dodici familiari che rischiavano di morire nei feroci bombardamenti che hanno distrutto la città.
Nella sua ultraventennale esperienza Alberto ne ha viste tante, dall’orrore del Kosovo alle violenze in Cambogia, e si è impegnato in incarichi importanti come Programme and Capacity Building Officer presso l’Ufficio della Rappresentante Speciale e Coordinatrice per la lotta alla tratta degli esseri umani dell’OCSE. Forte del suo passato professionale, Alberto decide di studiare rotte sicure per salvare i suoi familiari, così chiede aiuto ai tanti amici che come lui si impegnano nella filiera solidale, creando quello che a lui piace definire un “Esercito della Pace”. Da quel viaggio il funzionario ONU non tornerà solo con i suoi familiari, ma con ben quaranta rifugiati che gli hanno chiesto disperato aiuto, ora tutti ospiti presso la sua abitazione a Vienna. Abbiamo parlato con Alberto per entrare nei particolari del suo viaggio e per analizzare il dolore straziante dei milioni di rifugiati ucraini in fuga dalla guerra.
«Sono partito per Kharkiv per salvare i miei parenti che rischiavano di morire sotto le macerie, erano chiusi nel loro bunker senza possibilità di uscire; il loro palazzo era stato bombardato da una schiera di carri armati russi. Il viaggio che ho intrapreso in Ucraina è stata un’avventura lunga, complessa e straziante. Ero partito per salvare i miei parenti, ma sono tornato con persone che non avevo mai visto prima; sono riuscito a portare con me quaranta persone in fuga dalla guerra».
«Lì si spara su chiunque si muova. Non nascondo di essermi trovato in estrema difficoltà. Quando sono arrivato i miei parenti mi hanno mostrato video, girati da loro, in cui si vedono carri armati russi bombardare un palazzo con abitazioni; a morire sono i civili, altro che una missione strategica che ha come obiettivi solo basi militari. Se guardiamo in tempo reale la città di Mariupol dall’alto vediamo che è letteralmente distrutta, mi chiedo: ospedali, edifici residenziali e la città di Mariupol sono obiettivi militari strategici?»
«Credo che ci sia bisogno di utilizzare la giusta terminologia. A scuola impariamo che la guerra si combatte tra militari e a predominare è l’esercito più forte; ma quando si sterminano civili come se nulla fosse, bombardando ospedali, scuole, abitazioni e palazzi allora diventa un genocidio.
Non credo sia errato definirlo così, dato che questa non è una guerra normale».
«Non voglio un eroe e nemmeno il folle che si getta inconsciamente nel pericolo; ho riflettuto molto attentamente prima di partire e mi sono confrontato con tanti amici che ho avuto la fortuna di incontrare in oltre quarant’anni di carriera nazionale e internazionale. È stato emozionante vedere quanti di questi amici abbiano prontamente risposto: “Ci sono!”. Da quel momento abbiamo avviato un lavoro di studio e pianificazione delle rotte più sicure, mettendo su un vero e proprio “Esercito della Pace”».
«Sì, ho esperienza nei teatri di guerra, dal Kosovo alla Cambogia, quindi quest’operazione di salvataggio è stata ben ragionata. Sono stato in Kosovo per quattro anni, come inviato della Polizia di Stato italiana per una missione di peacekeeping. Pensiamo che in quell’area la guerra è finita da poco, quindi le difficoltà di un paese lacerato da un forte conflitto mi sono ben chiare e sono tuttora visibili in quello Stato. Non sono mai stato in conflitto, non sono un militare, e devo dire che non mi sono mai trovato in una guerra così feroce come quella in Ucraina».
«Ho percorso 3.800km all’interno dell’Ucraina, spostandomi da una città all’altra per arrivare più al Nord possibile, nel tragitto non ho visto corridoi umanitari. Tantissimi ucraini, non appena notavano la targa straniera, si avvicinavano per chiedermi cosa ci facessi lì e, subito dopo esaurita la mia risposta, tutti mi facevano la stessa domanda: “Porti anche me via dalla guerra?”. Non potevo portare tutti con me, i miei familiari erano dodici, ma alla fine sono tornato con quaranta persone. La disperazione è inimmaginabile».
«Tanta paura, particolarmente quando la città in cui ero è stata colpita da otto missili cruise che hanno praticamente sfiorato i tetti in cui avevo appena posato la valigia. La mia esperienza professionale, però, mi ha temprato per affrontare situazioni e scenari estremamente difficili».
«Ora il grande tema è l’accoglienza. Non faccio mancare nulla ai rifugiati che ho a casa, ma molti di loro di notte non riescono a dormire, restano svegli, magari per fumare o piangere. Queste persone sono davvero traumatizzate e noi, fortunatamente, abbiamo la possibilità di parlare con loro dato che mia moglie ha origini ucraine, immagino però tutte le famiglie italiane che stanno accogliendo i rifugiati, ma che non possono dargli specifica assistenza nella loro lingua. Una grande fetta di queste persone ha bisogno di un aiuto psicologico concreto: è una grande priorità. Dobbiamo sempre tenere a mente che non sono solo gli adulti a subire danni psicologici rilevanti».
«Ho qui un bambino di otto anni che non parla, non guarda negli occhi e ha difficoltà a mangiare. La sua tragedia è quella di aver lasciato il papà a combattere nel suo Paese, parliamo di un dolore straziante»
«In vent’anni di professione immerso in scenari di guerra terribili, posso dire di non aver mai visto tali violenze. La scena più dolorosa è quella alla frontiera con la Polonia, dove ci sono centinaia di nuclei familiari che si separano, con mamme e bambini che salutano i propri padri chiamati al fronte. Spesso ad accompagnare donne e bambini al fronte sono proprio i mariti e i fratelli, quindi è proprio al confine che avviene il loro saluto prima di lasciarsi».
«Attualmente ho in affido un ragazzo di 17 anni, la madre ha deciso di restare accanto al marito durante la guerra. Alla frontiera, a dieci metri dal cancello della salvezza, la madre si è rivolta al ragazzo dicendo: “Vai con Alberto, sei in buone mani. Io resto qui”. Attorno a te in quel momento hai oltre venti persone che piangono e si disperano, ma sei consapevole che non puoi perdere un solo minuto in più, devi scappare al più presto. Sono momenti terribili che non avevo mai provato prima».
«In questo momento manca un’azione diplomatica straordinaria che non ha precedenti nella storia, non è possibile affrontare con diplomazia ordinaria una guerra tanto atroce. Ogni secondo che passa c’è un bambino che diventa un profugo, occorre un intervento diplomatico straordinario il prima possibile».
«Amo il popolo campano, hanno un grande cuore e un alto senso di solidarietà. Il messaggio è di accogliere questi rifugiati: tendete la mano a queste persone e fatele sentire a proprio agio, hanno estremamente bisogno di aiuto».
Come abbiamo visto Alberto e sua moglie Svetlana, originaria di Kharkiv, hanno aperto la propria casa a parenti e sconosciuti scappati via da quella che ormai è una delle città fantasma ucraine. È proprio Svetlana a raccontarci le sue emozioni nel vedere il devasto tutto intorno, persino all’interno della casa in cui conservava i suoi ricordi d’infanzia: «Era la casa in cui ho vissuto quando ero bambina, avevo tanti ricordi lì…vederla distrutta è stato un colpo al cuore indescrivibile. Mi è sembrato irreale». Svetlana ci accompagna nel conoscere i rifugiati che lei e Alberto stanno ospitando a Vienna, tra questi c’è una madre, Alona, scappata via da Kharkiv con suo figlio di otto anni. Alona ha il viso stanco, ma trova la forza necessaria a raccontarci la sua fuga e quegli attimi di terrore.
«Il 24 alle ore 5.30 del mattino ho guardato alla finestra e ho visto i razzi volare in cielo. Guardando il fuoco che lasciavano ho subito avvertito una sensazione di panico, in quel momento avevo un solo obiettivo: scappare e mettermi al riparo».
«Ero con mio figlio e mio marito, è stato terribile».
«Ricordo che prima di partire da Kharkiv abbiamo caricato la macchina con lo stretto necessario. In quei momenti continuavamo a sentire esplosioni molto vicine; era molto pericoloso ed avevamo tutti una tremenda paura. Abbiamo attraversato tutta la città per fuggire… Kharkiv era letteralmente morta, non c’erano macchine né persone, intorno vi era solo la distruzione. In quei momenti la paura è sempre quella di essere colpiti da nuove esplosioni, insomma avevamo paura di morire. Quando abbiamo concluso il percorso della provincia di Kharkiv siamo stati meglio, più tranquilli».
«Ho detto: ora non c’è più pericolo, da adesso tutto andrà bene».
«A Kharkiv non è rimasto più nessuno, sono scappati tutti. La mia casa è stata colpita dai bombardamenti, ma pensa che molti palazzi vengono lasciati alle fiamme dato che i Vigili del Fuoco possono essere colpiti dai razzi in quell’area».
«No, nonostante i tanti morti civili».
«Tranquillo, io non censuro il mio pensiero e ho chiara la risposta. A chi crede a questa teoria ho alcune domande da fare: casa mia era un obiettivo militare? La scuola di mio figlio, che è stata colpita da un razzo, è un obiettivo strategico? Il quartiere dove abito è stato bombardato a più non posso, ma non mi pare sia un’area militare».
«Ha solo otto anni quindi non comprende perfettamente ciò che sta accadendo. Siamo stati per dieci giorni in un bunker sottostante un edificio, lì dentro non si avvertivano i rumori delle bombe, dopodiché abbiamo intrapreso il viaggio per uscire dall’Ucraina. In quei giorni abbiamo fatto credere ai bambini che si trattava solo di un allenamento, con prove ad ostacoli…abbiamo trovato escamotage fantasiosi per alleviare la paura».
«Gli ho detto di aver cura di sé stesso. Tanti uomini sono sul campo di battaglia senza un’istruzione militare, sono civili che vogliono fare di tutto per difendere il proprio Paese».
«È stata una cosa che definirei miracolosa: tutti gli ucraini si sono uniti sotto il segno della resistenza».
«La connessione a Kharkiv è instabile, ma quando c’è segnale riusciamo a sentirci. Parlare con mio marito via cellulare è già tantissimo, l’importante è sapere che è vivo. Fortunatamente qui da Alberto sono insieme a dei miei parenti, ma tanti altri ucraini si ritrovano ospiti di persone che non conoscono e che non parlano la nostra lingua».
«Oggi siamo stati allo Zoo di Vienna, che ha aperto le porte gratuitamente ai cittadini ucraini. Il mio impegno giornaliero è quello di spingere tutti a riprendere in mano una vita normale, cosa molto difficile dopo esser stati chiusi per dieci giorni in un rifugio per difendersi dalle bombe. Nessuno immaginava un epilogo del genere, neanche mia madre».
«Alcuni dal rifugio sono riusciti a salire nelle proprie abitazioni per recuperare il necessario, ma mia madre era troppo provata per entrare nella casa in cui ha abitato per tanti anni, dal rifugio è andata direttamente verso il furgone per lasciare Kharkiv».
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