
Cristallizzare sé stessi, il proprio modo di apparire e, perché no, anche quello di essere in uno sterile stereotipo, meticolosamente disegnato in serie da non si sa bene chi è diventata l’ultima frontiera dell’alienazione del nostro tempo. Un tempo in cui bisogna essere tutti belli allo stesso modo, tutti alti il giusto, fare tutte le stesse cose. Usare tutti lo stesso stile.
C’è tuttavia un ambito della nostra vita che a tutti questi schemi proprio non riesce a sottostare, in quanto espressione profonda, reale, terribilmente vera della nostra essenza, della nostra anima: l’arte. L’arte vera, viscerale, quella di chi sceglie di fare di questo ambito affascinante e inesplorato il sogno di una vita, partendo da una piccola città del casertano con una matita e tanti sogni per ritrovarsi ad ammirare le proprie opere esposte in una galleria di fama.
Proprio come ha fatto Italo Tartaglione, giovanissimo artista marcianisano di recente atterrato a Madrid con una selezione delle sue opere più significative per un’innovativa mostra collettiva di arte moderna e contemporanea ospitata dalla Galleria Azur di Madrid, luogo di incontro di talenti provenienti da tutto il mondo, emergenti e non.

«Con questo concetto, non intendo far riferimento a un disegno realizzato nel pieno rispetto dei canoni di bellezza. Tutt’altro. È sufficiente un disegno qualsiasi per esprimere un pensiero, un’immagine, un’emozione, anche lo scarabocchio banale che una persona al telefono realizza sovrappensiero». Una linea estremamente istintiva e casuale insomma, “vissuta” verrebbe da definirla, capace di creare un contatto a tu per tu fra artista e opera, al di là del concetto di bello e brutto, per quanto questi possano effettivamente valere nell’ambito dell’arte, o in quello della vita. «Penso sia limitante ancorarsi al concetto di bello o brutto, un modo di porre un freno alla propria espressione artistica.
Se un artista mira a realizzare un’opera socialmente accettata come “bella” potrebbe perdere di vista l’obiettivo di realizzare un’opera “sua”, capace di parlare di sé, imbavagliando di fatto la sua arte e il suo modo d’essere. È vero, questo potrebbe portare il mondo a definire l’opera di quell’artista come “brutta”: ma secondo quali parametri?». Di fatto, è così: non esistono parametri per classificare il brutto, come non ne esistono per classificare il bello.

Nessun modello da imitare o emulare insomma, ma un unico grande sogno, forse lo stesso di tutti gli artisti: continuare a dipingere, a fare arte, «per prendermi cura di questo lato della mia vita che è sicuramente quello più importante». Importante e bello, aggiungeremmo noi: per quanto questa sia una considerazione soggettiva.
di Teresa Coscia
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°222 – OTTOBRE 2021
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