
Quando ho deciso di regalare a mio nonno un biglietto per lo spettacolo di “Lucia di Lammermoor” al Teatro San Carlo di Napoli, ammetto, con onestà, che non ero ancora del tutto consapevole dell’importanza di ciò che sarei andato a guardare. Mio nonno è da sempre un amante delle belle arti; tuttavia, nella sua esperienza di vita non ha avuto la possibilità di alimentare quel fuoco prorompente della sua passione per l’arte con il giusto nutrimento degli studi (colpa di tempi passati, più miseri e difficili di oggi, in cui studiare era davvero considerato un lusso), ciononostante quando gli annunciai il titolo dell’opera di cui avremmo goduto per i virtuosismi artistici e canori, mi sorprese chiedendomi: “È la storia della sposa impazzita che uccide suo marito a causa di un amore perduto, giusto?”.
Mi sorprese perché aveva ragione: ciò che mi aveva appena sintetizzato era la storia di Lucia Ashton, signora di Lammermoor. Il fatto che la storia gli fosse nota mi incuriosì molto: generalmente la presenza di reminiscenze letterarie all’interno della cultura popolare è segno della profonda incisività dell’opera in questione nel tempo. Una certezza della sua grandezza.
E come insegna Socrate, il sapere di non sapere è il più grande motore che spinge alla ricerca; per questo motivo ho deciso di istruirmi e ho cominciato a leggere le avventure di Lucia Ashton e del suo amore per quell’uomo marchiato dal cognome di una famiglia nemica, lord Edgar Ravenswood, narrate abilmente dallo scrittore sir Walter Scott, nel romanzo The Bride of Lammermoor.
Ma perché l’opera di un autore scozzese – per certi aspetti vicina nella sua costruzione narrativa all’opera di Shakespeare “Romeo e Giulietta”, ovvero per il racconto di un amore assoluto fra membri di famiglie avverse, e per la vicenda della morte come unica via di legittimazione di quello stesso amore ostacolato; non solo, ma anche un’opera che per quanto immensamente bella è pur sempre oscurata dall’ombra del più ben noto capolavoro dell’Ivanhoe – è così attiva nella cultura italiana?
Il successo così grande di Lucia Ashton motivato con i soli meriti di grandezza di sir Walter Scott mi convinceva scarsamente. Il successo doveva esser spiegato non attraverso la trasmissione del romanzo in Italia, ma attraverso il rifacimento drammaturgico fattone da Salvadore Cammarano e musicato dal grande compositore Gaetano Donizetti, che mise mano all’opera di Scott portandola in scena al teatro San Carlo di Napoli, di cui Donizetti era allora direttore artistico, nel 1835. Un’opera nuova e piacevole da ascoltare e da vedere. Ebbe un grandissimo successo.
È certamente lì da ricercarsi la fresca ventata di grandezza e di rinnovata gloria della storia di Lucia, se pensiamo solamente che il lavoro di Cammarano e Donizetti riuscì così ad impressionare il pubblico che persino lo scrittore Gustave Flaubert volle ricordarlo nella sua opera maggiore “Madame Bovary” facendo sì che il personaggio femminile di Emma resti così colpita dall’amore di Lucia, provando nell’animo un piacere estatico, da voler ossessivamente ricercare la stessa intensità di sentimento nelle sue esperienze amorose.
L’opera di Cammarano e Donizetti si suddivide in due parti e si compone di tre atti (atto unico per la prima parte “La Partenza”; due atti per la parte conclusiva “Il Contratto Nuziale”).
La regia di Gianni Amelio per la rappresentazione di quest’anno ha emozionato. Il pubblico ha osannato i virtuosismi e le abilità degli artisti in scena con un applauso travolgente, tanto intenso da far vibrare le singole postazioni del teatro. L’orchestra ha guidato le emozioni degli spettatori in modo superlativo verso gli stati d’animo dei personaggi. Il tutto si è risolto in un trionfo e un tripudio dell’Arte.
A fine serata ho avuto il piacere di incontrare ed intervistare Nicola Pamio, tenore che ha indossato le vesti di Normanno nella storia di Lammermoor. Di grande merito la sua collaborazione con il Teatro alla Scala iniziata nel 1999. Recentemente Pamio ha cantato in Madama Butterfly al Teatro Carlo Felice di Genova, a Venezia e a Vienna; Salome al Teatro Regio di Torino; Tosca a Trieste. Tra le produzioni degne di nota da ricordare l’Otello di Rossini al fianco di Cecilia Bartoli, a Parigi, Salisburgo, Vienna, al Teatro alla Scala di Milano e al San Carlo di Napoli. L’ultimo lavoro appunto è quello di Lucia di Lammermoor al San Carlo.
Pamio, la prima rappresentazione di Lucia di Lammermoor qui al San Carlo si ebbe il 26 settembre del 1835, cos’è cambiato da allora a oggi nella rappresentazione di quest’opera?
«È un’opera difficilissima che mette a dura prova i cantanti e ha dei virtuosismi che solo pochi artisti riescono ad eseguire con successo. Donizetti crea un capolavoro. Abbiamo visto questa sera il soprano Jessica Pratt raggiungere livelli altissimi nella scena della follia. Donizetti descrive musicalmente con perfezione tutti i sintomi della pazzia vera e propria e Pratt è stata eccezionale nel farla percepire. Oggi, il lavoro viene condotto sull’opera di Donizetti è orientato verso un alleggerimento: si cerca di intervenire con tagli mirati che non vadano però a danneggiare l’effetto complessivo e la bellezza dell’opera».
Lei ha calpestato i palcoscenici di tantissimi teatri italiani ed europei di gran prestigio, ma qual è l’emozione di andare in scena al San Carlo di Napoli?
«È più bello qui: qui c’è la cazzimma, mi piace assai (ride). A parte gli scherzi Napoli è davvero una città che affascina. Il sole, il mare sono elementi di una bellezza unica. Il Teatro San Carlo è favoloso, ancora conserva la veridicità e l’aspetto originario. Io credo che il San Carlo sia uno dei monumenti più veri che ci possano essere in Italia e nel mondo. Cantare qui è sempre un’emozione indescrivibile».
Anche Emma Bovary in Flaubert assiste alla Lucia di Donizetti e ne resta affascinata: qual è la forza di quest’opera?
«La forza dell’opera si è vista: c’è questa donna che impazzisce e la scrittura della musica riesce perfettamente a seguire la genesi della follia e la sua esplosione. La particolarità musicale è data dalla glassa armonica. È qualcosa di strepitoso, qualcosa di anormale.
È bello trovare opere che abbiano un loro particolare valore, unico per certi versi; per esempio, ricordo anche di una Tosca a Roma in cui venivano utilizzate delle campane già utilizzate da Puccini in passato.
Capisci che tutta la bellezza del momento è arricchita da una storia, da una magia che grazie a Dio ancora persiste a teatro. Stasera abbiamo visto come l’interpretazione di Pratt e l’abilità dell’orchestra hanno catturato il pubblico di Napoli nella scena della follia. Il pubblico è impazzito come se Maradona avesse fatto goal. Per riuscirci bisogna però trovare grandi interpreti, e qui al San Carlo certamente non mancano».
La storia narrata da Scott pare sia stata attinta da un episodio realmente accaduto. Nelle prime pagine del suo romanzo vi è una riflessione metaletteraria fra lo scrittore e un artista, un pittore, dal nome di Dick Tinto.
Quest’ultimo ragiona e commenta sulla natura, sulle affinità e le divergenze di due espressioni differenti dell’Arte: pittura e scrittura. Proprio da una sfida di rappresentazione, lanciata dal pittore Tinto allo scrittore, prende piede la narrazione della storia.
Ci troviamo dinanzi ad una competizione di generi artistici che gareggiano fra loro. Ecco, in questo senso, quali nuovi valori acquista la vicenda attraverso la sua realizzazione in quel genere ibrido che è appunto l’opera?
«Sicuramente vi è il trionfo dell’Arte completa: assistiamo a delle piroette attoriali, a dei fuochi d’artificio dell’orchestra; e le doti attoriali e quelle musicali si uniscono in un insieme che è perfetto. È qualcosa che va al di sopra di ciò a cui siamo abituati.
Pensiamo all’interpretazione di Jessica Pratt, lei non si esprime solo con le giuste note musicali del canto ma dà un’interpretazione della pazzia attraverso gesti e movimenti, sguardi tetri e glaciali che riproducono i suoi stati d’animo. Lei trasmette sul palcoscenico questa pazzia che comincia a vibrare anche fra di noi.
È l’apoteosi dell’Arte che si manifesta nelle sue diverse forme. Non possiamo che esserne travolti e non possiamo non emozionarci».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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