
Intervista alla prof.ssa Caccavale della Casa circondariale femminile di Pozzuoli
Tuttavia in Campania esiste una realtà che sembra essersi sottratta a questo generale clima di rassegnazione: la scuola carceraria di Pozzuoli.
Questa è una sede associata del centro provinciale per l’Istruzione degli adulti (CIPIA) di Napoli provincia 1, diretto dalla professoressa Francesca Napolitano e si compone di un corpo docenti che opera da diversi anni in modo sinergico con la direzione e l’area educativa della struttura carceraria ospitante. Ma come opera nel concreto la scuola? Per capirlo abbiamo intervistato la prof.ssa. Olimpia Caccavale che, ormai da 16 anni, insegna italiano alle detenute della Casa circondariale femminile di Pozzuoli.
«In realtà, ben prima che la DAD diventasse obbligatoria, la scuola si è attrezzata con un megaschermo interattivo e numerosi tablet (rigorosamente senza accesso a internet). Il corpo docenti ha quindi continuato a garantire un’istruzione giornaliera alle detenute secondo percorsi di istruzione di primo livello (licenza media), alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana per le adulte straniere e secondo livello (diploma superiore)».
«Sì, tendiamo a fornire una didattica soprattutto di tipo laboratoriale. Questo perché la nostra è una “scuola del fare” ed i progetti che proponiamo (dalle attività teatrali a quelle di scrittura creativa) sono funzionali a garantire il recupero delle relazioni interpersonali piuttosto che impartire una formazione meramente nozionistica. In un contesto del genere infatti, oltre allo studio delle materie curriculari, diventa di fondamentale importanza imparare a stare insieme, gestire i conflitti ed affrontare lavori di gruppo».
«Il numero delle iscrizioni è fortunatamente abbastanza alto.
Le alunne sono molto motivate e, anche se le ragioni che le spingono a iscriversi possono sembrare banali, in realtà sono questioni indispensabili per la vita fuori dal carcere. Ad esempio per molte detenute straniere conoscere l’italiano è sinonimo di sopravvivenza: serve per saper interagire con avvocati e guardie. Altre invece sono analfabete e frequentano le lezioni per imparare a firmare le carte per l’uscita.
Durante l’intervista la professoressa ha sottolineato, inoltre, come la scuola non debba essere una coercizione bensì un diritto per chi, avendo percorso strade ai limiti della legalità, si è visto sottrarre la propria libertà.
L’articolo 27 della Costituzione Italiana afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Rieducare dunque, non punire: questo deve essere il senso della realtà detentiva. E, se da un lato la scuola mira a cambiare il futuro dei detenuti senza infierire sul loro passato, dall’altro aiuta tutti noi a capire il valore dell’educazione intesa come riscatto e ci avvicina a un mondo troppo spesso relegato ai margini.
Di Vittoria Serino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216
APRILE 2021
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