
Gessica Costanzo, giornalista di Valseriananews, grazie al suo lavoro sul territorio, è riuscita a raccogliere informazioni e testimonianze, confluite in una corposa inchiesta e nel libro “La valle nel virus”, che mostrano ben altre responsabilità.
«Dopo la scoperta del paziente 1 di Codogno, il 3 marzo il Covid era in Val Seriana. I primi giorni sono stati di raccolta di informazioni ufficiali, ma poi ad inizio marzo hanno cominciato a contattarmi sia il personale sanitario, sia i parenti delle persone che iniziavano a morire. Ho capito che le comunicazioni ufficiali, cioè che era solo un’influenza, di non preoccuparci, che quello di Bergamo non era un focolaio, in realtà non corrispondevano alla verità: ambulanze tutto il giorno e persone che morivano. Ho chiesto alle istituzioni risposte mai arrivate, quindi ho deciso di stare dalla parte dei cittadini e scrivere tutto quello che scoprivo. Una volta entrati in lockdown nazionale, per tutto il mese di marzo ho raccolto informazioni ed interviste, da sola, perché il mio collega aveva contratto il Covid. È stato lo scrittore Davide Sapienza, amico di lunga data, anche lui residente in Val Seriana, a dirmi “dobbiamo fare un libro”, mettere nero su bianco. Volevamo farlo subito, senza aspettare che la realtà del momento fosse modificata dal filtro del tempo».
«Indubbiamente c’è stata molta sottovalutazione. È mancata però anche trasparenza da parte delle istituzioni; e questo è gravissimo. La Val Seriana è una delle zone più produttive del Paese, in ambito tessile e meccanico, così come il resto della provincia di Bergamo, e non poteva essere bloccata. È grave che le istituzioni non abbiano preso fin da subito le decisioni adeguate in merito alla salute pubblica: quel post, che ho screenshottato per mandarlo al mio collega ed è quindi stato depositato in Procura, mostra che non abbiamo saputo del virus dall’azienda sanitaria, dall’Asl, dalla Regione, ma sempre in via non ufficiale. Quando noi giornalisti facevamo domande ci veniva detto di non scrivere, di aspettare, probabilmente per paura ma anche per incapacità di gestione. Le risposte sono mancate all’inizio e continuano a mancare ora».
«Certo che potevano essere evitate. Alcuni comuni, durante marzo 2020, hanno raggiunto un tasso di mortalità fino al 1000%, vuol dire che ci sono famiglie che hanno perso più persone contemporaneamente. Immagina la ferita di una comunità piccola, che vive di vicinanza e di volontariato, in cui sono morti gli alpini, il parroco, il sindaco: quando noi siamo usciti a maggio non avevamo proprio nulla da festeggiare, incontrare le persone voleva dire probabilmente avere a che fare con il lutto. Inoltre, le ritualità che hanno a che fare con la perdita di una persona cara sono mancate, perché nessuno ha potuto vedere, accudire o vegliare chi poi è morto; questa è una cosa che ti lacera dentro. Rimarremo sempre col dubbio che se il focolaio fosse stato contenuto, molte persone sarebbero vive. Mio zio è morto perché non c’erano più respiratori, è stato accudito in casa da mio cugino, che non riesce ancora a parlare di questa cosa. Le persone non sono state curate per essere salvate».
«La sanità lombarda è sicuramente eccellente dal punto di vista delle specializzazioni e della ricerca. Ma in medicina generale sono state tolte molte risorse, dai posti letto ai medici di base. Questo ha contribuito a creare una congestione che è venuta fuori durante l’emergenza. Vedendo le immagini della Cina, non ti nascondo che ero tranquilla, pensavo “siamo in Lombardia, cosa potrà mai succedere?” E invece è successo tutto. È importante che si impari dal passato, è questa la cosa a cui tengo di più dell’inchiesta, oltre ovviamente alla speranza che vengano attribuite le responsabilità».
«L’inchiesta è stata aperta ad aprile 2020; a gennaio si chiuderà la prima fase istruttoria, ci sono sei indagati legati all’azienda ospedaliera di Alzano Lombardo e alla Regione. I capi di imputazione sono epidemia colposa e falso. Altri due capitoli riguardano la mancata zona rossa prima del lockdown nazionale, quindi le responsabilità di Regione e Governo, con la perizia di Crisanti, e la mancanza di un piano pandemico, che invece interessa tutta Italia. I prossimi mesi saranno decisivi.
Vorrei che il messaggio oltrepassi i confini di Bergamo, perché è successo qui ma poteva succedere ovunque».
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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