
E quando dico “satura” non mi riferisco soltanto alla sovrabbondanza di beni di consumo. Parlo anche della produzione artistica, che oggi può essere annoverata tra i beni di consumo.
Libri, film, serie tv, quadri, sculture, e tutto ciò che viene classificato come arte in senso tradizionale e non. La facilità con cui si ha accesso all’arte ha favorito la richiesta e la conseguente facilità con cui si possono reperire i mezzi tecnici di produzione dell’arte ha contribuito all’incremento dell’offerta, favorendo l’amatorialità.
Non da meno è stata l’influenza della visione narcisistico-individualista con il quale ci rapportiamo al nostro io e che, sviluppata alle estreme conseguenze, fa ritenere degna di essere raccontata qualsiasi esperienza.
L’arte si è democratizzata. Un ossimoro a mio avviso. Come può la più elitaria delle attività umane diventare patrocinio di tutti?
Ed è questo, secondo me, il motivo per cui oggigiorno ci troviamo di fronte ad un grande numero di lavori definiti artistici, e magari anche dalle forme scintillanti, che però mancano di contenuto.

La concretezza del fare ha soppiantato la riflessione e ha messo da parte il dubbio. Il dubbio richiede tempo, quiescenza, conoscenze. Il fare è alla portata di tutti. Basta accumulare esperienze e riprodurre.
Ne “L’opera d’arte nel periodo della sua riproducibilità tecnica” il filoso tedesco Walter Benjamin, scriveva:
“La fruizione nella distrazione, che si fa sentire come pressione crescente in tutti i settori dell’arte ed è il sintomo di profondissime modificazioni dell’appercezione, trova nel cinema il proprio autentico strumento di esercizio”.
Superando il giudizio che vedrebbe il cinema come “autentico strumento di distrazione”, Benjamin era un uomo del suo tempo, possiamo però constatare quanto la distrazione sia diventata parte integrante dell’arte. Siamo spettatori, lettori, fruitori – esaminatori per Benjamin – distratti, presi dalle nostre preoccupazioni. Il mercato ha fiutato la nostra distrazione e ci ha proposto una serie di prodotti che annullano la funzione emancipativa e riflessiva dell’arte, accentuandone quella legata all’intrattenimento.
Per questo posso affermare che conosciamo tutto, ma non capiamo niente. Facciamo indigestione di film, libri, serie tv, ecc. senza porci il problema di scegliere in relazione ai contenuti proposti.
E quando ne abbiamo terminato la fruizione, via subito con un altro.
La conoscenza tecnica dell’arte derivata da questo comportamento è notevole. Ma si riduce a vuoto stilismo riproduttivo.
Non mancano i grandi lavori, quelli che ancora ci fanno battere il cuore, sono i grandi interrogativi a mancare a volte anche nei grandi lavori.
È il sintomo di una società che ha smesso di interrogarsi e si accontenta di conoscersi, senza mai alzare gli occhi al cielo.
di Marco Cutillo
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