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Lavoro o famiglia? La scelta che ci allontana dall’uguaglianza di genere

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5 maggio 20215 min di lettura

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Lavoro o famiglia? La scelta che ci allontana dall’uguaglianza di genere
Sfido a trovare una donna che non abbia mai ricevuto la fatidica domanda: “lavoro o famiglia?”. In Italia, il 65% delle donne fra i 25 e i 49 con figli piccoli non lavora, una donna occupata su tre ha un impiego part time e una donna su quattro lascia il lavoro per cause familiari. Il che non dovrebbe meravigliare affatto, considerando che oltre la metà degli italiani è d’accordo nell’affermare che «il ruolo primario della donna è occuparsi della cura della casa e dei figli» (Eurobarometro) e che «può essere opportuno che una donna sacrifichi parte del suo tempo libero o della sua carriera per dedicarsi alla famiglia» (Censis). Due percorsi paralleli, spesso incompatibili, in un modello di società che non ha saputo stare al passo. Ma di chi è la colpa?
Ne abbiamo parlato con Chiara Saraceno, una delle sociologhe italiane di maggior fama, conosciuta per i suoi studi su famiglia, genere e politiche sociali.
Nel 2020 si è registrato un nuovo minimo storico di nascite in Italia. Spesso, la responsabilità viene attribuita all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
«Fino agli anni ’80/’90 del secolo scorso se confrontavamo il tasso di fecondità dei Paesi ad alto tasso di occupazione femminile (come quelli nordici) e a basso tasso di occupazione femminile (come l’Italia), la fecondità era più alta nei secondi. Oggi c’è stato un rovesciamento. In un contesto di bassa fecondità generale, sono le società che si sono attrezzate a questa novità, con più servizi e maggiore parità nella divisione del lavoro di cura, quelle in cui si può “fare” con più agio. Per sostenere le scelte di fecondità, che devono essere libere, dobbiamo riconoscere che chi fa figli ha un costo in più e lo sostiene per la collettività, ma anche sostenere la possibilità delle donne di restare nel mercato del lavoro, per proteggersi contro la povertà».
Anche se negli ultimi anni la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, specie tra le nuove generazioni, si è avvicinata ai livelli europei, l’Italia continua a presentare i più elevati tassi di inattività femminile. Soprattutto per le donne con carichi familiari, bassi tassi di istruzione e residenti nel Mezzogiorno, dove l’offerta di servizi carente fa della famiglia il pilastro principale, forse l’unico, dell’assistenza.
«L’organizzazione del lavoro non è family-friendly, la divisione delle cure non esiste e i servizi mancano, soprattutto per la prima infanzia. Comparativamente con gli altri paesi siamo abbastanza messi bene, con un livello di copertura elevato nella scuola per l’infanzia, ma nel Mezzogiorno la maggior parte delle scuole è a tempo parziale, senza mensa e solo la mattina. Per i bambini tra 0 e 3 anni, invece, c’è pochissimo e in modo molto diseguale sul territorio (n.d.a per gli asili nido, la copertura della domanda è del 3% in Calabria e 29% in Emilia-Romagna). La copertura è del 23-24%, ma il pubblico da solo non arriva al 13%.
Questo significa che al nido vanno i figli dei ceti medio-alti, il che crea problemi non solo alla conciliazione ma alle diseguaglianze tra bambini».
Si parla sempre di politiche di conciliazione come strumento di pari opportunità e promozione del lavoro femminile, quasi legittimando un modello culturale (e familiare) in cui è solo la donna ad avere le responsabilità di cura.
«La questione della conciliazione è sì cruciale per le donne ma le discriminazioni, la divisione dei compiti in famiglia, i problemi che le donne incontrano nell’accedere al mercato del lavoro, nella politica o nell’essere riconosciute nelle loro competenze prescindono da questa. Puntare solo sul problema degli asili nido e sul persuadere le ragazze a specializzarsi nelle materie scientifiche cancella tutto ciò che avviene poi».
Siamo andati verso la “mascolinizzazione” della vita femminile, per come concepita dal modello occidentale, ma facciamo fatica a realizzare il contrario. Un tentativo in questa direzione è il congedo parentale per gli uomini. I dati, però, mostrano come la maggior parte dei padri sia restìa a richiederlo.
«Dal punto di vista formale abbiamo sia il congedo di paternità che il congedo genitoriale con una quota riservata a entrambi i genitori. Ma il fatto è che il padre prende il congedo solo quando la mamma non è lì. C’è un 50-60% della popolazione, maschi e femmine, che ritiene che gli uomini non siano adatti alla cura. Siamo in un Paese in cui si dice che il bambino soffre se la mamma lavora e in cui un padre accudente è chiamato “mammo” in modo un po’ dispregiativo. Così come le mamme che vanno a lavorare hanno dovuto superare delle resistenze culturali, anche i padri devono farlo. Ma devono anche essere incentivati, visto che di solito, aimè, il reddito dei padri è più alto di quello delle madri e con una riduzione così grossa (c.d.a il congedo genitoriale in Italia è pagato solo per il 30%) bisogna essere anche un po’ masochisti oltre ad avere un certo modello culturale. I figli non sono solo delle mamme ma anche dei papà, non solo dal punto di vista del reddito ma anche della cura e questo va pensato».

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°217

MAGGIO 2021

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  • #chiara saraceno
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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