
Era il 1940 quando a Três Corações, un comune del Brasile nello Stato di Minas Gerais, venne portata l’elettricità. Ed è proprio per questo motivo, in onore di Thomas Edison, che quel bambino, il 23 ottobre dello stesso anno, prese il nome di Edson Arantes do Nascimiento. Nome che, a dirla tutta, probabilmente suona ignoto ai più, perché offuscato da quelle quattro lettere che hanno segnato la storia del futebol: Pelè.
Un soprannome nato per prenderlo in giro e che in realtà a Edson neanche piaceva. Suo padre, João Ramos do Nascimento, noto come Dondinho, era un calciatore brasiliano, di ruolo attaccante, che nel 1943 firmò con il Vasco da Gama di Sao Lourenço e che portava sempre con sé il figlio a vedere gli allenamenti. Cresciuto su un campo di calcio, Edson non poteva che innamorarsene. In quegli anni, il suo giocatore preferito divenne il portiere, da tutti soprannominato Bilè. Il piccolo calciatore, però, giocando con i compagni di classe, storpiava quel nome trasformandolo in Pilè e attirando così le risa degli amici, che gli cucirono addosso quell’errore. Nasce, quindi, per sbaglio il soprannome a tutti noto e che per sempre resterà legato alla sua figura.
Una delle carriere più entusiasmanti mai viste, per la quale si fa fatica a tornare indietro ed individuare un preciso punto di partenza. Pelè a soli 17 anni era già campione del mondo, titolare nel Santos e capocannoniere nel campionato paulista. Nel mondo del calcio, lui c’è sempre stato: c’è nato, c’è cresciuto, lo ha trasformato, lo ha segnato, lo ha fatto suo. “Le porto il miglior giocatore del mondo”, queste furono le parole di Waldemar de Brito, all’epoca allenatore del Bauru, al presidente del Santos Athié Jorge Curi. E così fu. Il 7 settembre del 1956, a soli 15 anni, O Rei debuttò in prima squadra. In quella squadra, che – esclusa la parentesi a New York di fine carriera – non lasciò mai.

Nell’anno successivo Pelè conquistò il suo posto in titolare al Santos e in nazionale ed iniziò ad incantare i tifosi brasiliani. Il 7 luglio del 1957 arrivò, infatti, il momento del suo debutto con la maglia del Brasile, con la quale conquisterà 3 titoli mondiali (1958, 1962, 1970). Aveva solo 16 anni ed era solo l’inizio di una carriera da sogno. E che inizio. Nel 1957 Pelè chiuse il campionato paulista da capocannoniere, primato che mantenne suo per nove anni consecutivi (fino al 1965). Nell’anno successivo arriva la consacrazione del mito: un ragazzo di soli 17 anni che si carica la squadra sulle spalle e la porta a vincere il campionato. Sono 10 in totale gli scudetti paulisti che il Santos vince attraverso i piedi di Pelè.
Il millesimo gol
Il 19 novembre 1969 Pelè segna il suo millesimo gol. La partita era Santos contro Vasco al Maracanà e O Rei portò la sua squadra alla vittoria mettendo a segno un penalty. «La gente pensa che tirare i rigori sia facile, ma non è così. Nel momento del millesimo non capivo niente, mi tremavano le gambe. Per me è stato il gol più importante e più difficile», queste furono nel 2016 le parole del campione brasiliano ai microfoni della Gazzetta dello Sport. Al termine della sua carriera saranno 1281 i gol segnati in 1375 partite. Nel conteggio sono inseriti anche oltre 500 gol messi a segno nelle amichevoli, ma resta la storicità di quel momento. 25 minuti di festeggiamenti al Maracanà per un calciatore che sembrava aver raggiunto l’impossibile (clicca qui per vedere il video: https://www.youtube.com/watch?v=vBZm4dn43xk).
Arriva nel 1971 il ritiro dalla nazionale con il Maracanà pieno di tifosi – circa 140.000 – commossi nel dire addio al loro idolo indiscusso. Era la sua 92esima partita e dopo tre titoli mondiali e 77 gol segnati, Pelè mette in un cassetto la maglia brasiliana. Solo tre anni più tardi, nel 1974, il campione del Santos saluta la sua squadra e i suoi tifosi con un giro d’onore e un’immensa emozione, dopo 1115 partite.
Non è in Brasile, però, che Pelè chiude la sua carriera, ma in America. Giocherà infatti per due anni nel N.Y. Cosmos a New York, vincendo un campionato anche lì. Il 1° ottobre 1977 dice definitivamente addio al mondo del calcio da giocatore professionista. Al Giants Stadium viene appositamente organizzata un’amichevole tra Cosmos e Santos, in cui O Rei giocò il primo tempo con una squadra e il secondo tempo con un’altra. E ovviamente, segnò anche lì.

Una vita intera a vivere il confronto, a chiedersi chi fosse meglio. Chi si schiera da un lato, chi si schiera dall’altro. Ma la verità è che si tratta di due icone indiscusse di questo sport. Si può amare di più Maradona, si può amare di più Pelè, ma il loro talento resta e resterà per sempre inarrivabile. Sempre accostati per paragoni, i due hanno sviluppato una sincera amicizia negli anni. «Tu eri un genio che ha incantato il mondo. Un mago con il pallone ai piedi. Una vera leggenda. Ma soprattutto per me, tu sarai sempre un grande amico, con un altrettanto grande cuore. Ti voglio bene, Diego», queste le parole di Pelè alla morte del D10S.
1281 gol in 1375 partite giocate. Pelè lascia in dote una carriera senza eguali, con numeri impressionanti e un talento contraddistinto da una tecnica limpida in ogni campo. Pelè era bravo di testa, nel dribbling, sul piano tattico, per la potenza del tiro: un giocatore completo, sotto ogni punto di vista. Ed ancora oggi, probabilmente, con un pallone tra i piedi ci ricorderebbe quel piccolo ragazzo brasiliano, che solo grazie alle sue forze è arrivato a conquistare il mondo e a sedersi sul trono. Trono, che ancora adesso, non ha abbandonato.
La rubrica “Le leggende dello sport” proposta da Magazine Informare tornerà ogni mercoledì con un approfondimento diverso su un grande sportivo del mondo che ha fatto la storia.
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