
Questa volta partiremo dalla fine. Da quel tragico 29 dicembre 2013: data che per sempre resterà impressa nella mente degli amanti della Formula 1. Tifosi abituati a dover tollerare circostanze tragiche alle quali assistere in pista: incidenti, scontri, macchine in fiamme, salvataggi al limite, corse contro il tempo. Uno sport pericoloso, senza dubbio, che si nutre di adrenalina ad oltre 300km/h, ma per il quale ogni pilota accetta il rischio.
Micheal Schumacher ha corso per 18 anni, sfrecciando sulla sua monoposto e diventando il pilota più vincente della storia (equiparato in mondiali poi da Hamilton), sorpassando anche il relativo pericolo. L’ironia della sorte ha voluto che il pluricampione fu vittima di un incidente sugli sci a Meribel, che gli ha provocato gravi danni cerebrali. Ci piace pensare, però, che sua Maestà riesca ancora a guardare quello sport che per anni lo ha appassionato, per godersi suo figlio Mick, che adesso segue le sue orme.
L’esordio nel campionato maggiore arrivò nel 1991 ed avvenne in un modo tutto da raccontare. Bertrand Gachot, pilota della Jordan, alla vigilia del GP del Belgio venne arrestato per aver spruzzato del liquido irritante ad un tassista e così il team irlandese si trovò con un posto vuoto. Il manager di Schumacher, Willy Weber, non titubò minimamente e con un po’ di furbizia propose il suo campione. Alla domanda “Ha mai corso a Spa?” rispose di sì, ma più tardi confesserà che si trattava solo di un giro in bici. Fatto sta, che il tedesco corse quel weekend ed impressionò molti, nonostante un problema alla frizione che non gli fece fare più di cento metri in gara.
Il primo che puntò su questo giovane talento fu l’italiano Flavio Briatore, che vide in lui un talento senza eguali. Già dalla gara successiva a Monza, infatti, Schumacher sedeva su una Benetton ed andò subito a punti. La prima vittoria arrivò nel Gran Premio del Belgio del 1992, un anno dopo il suo esordio nella medesima località. Sebbene il mondiale di quell’anno andò a Mansell, il tedesco si collocò in terza posizione davanti ad un certo Ayrton Senna. La rivalità tra i due iniziò ad accendersi da subito. Nella stagione successiva ottenne un’ulteriore vittoria e diversi podi e decise di rinnovare con il team di Briatore.
Non fu per niente una stagione semplice. È senza dubbio un anno che viene ricordato dagli appassionati per i tragici episodi che segnarono il Gran Premio di Imola: la morte di Roland Ratzenberger e quella di Ayrton Senna. Ma per Schumacher fu anche l’anno del suo primo titolo mondiale, conquistato non senza ostacoli. Nel Gran Premio di Silverstone, infatti, al tedesco venne inflitta una pesante squalifica, che lo costrinse a stare lontano dai circuiti per ben due appuntamenti in calendario. Ciò rese molto più accesa la battaglia con Damon Hill, suo contendente diretto per il titolo, ma con aggressività fu Schumacher a spuntarla.
Nell’anno successivo il Kaiser regalò un traguardo importante alla scuderia italiana: successo che resterà l’unico nella storia per il team di Briatore. Dopo essere diventato campione iridato per la seconda volta nella sua carriera, nel Gran Premio d’Europa con due gare d’anticipo, il tedesco continuò la sua scalata. Con la vittoria in Giappone, infatti, consegnò alla Benetton il suo primo ed ultimo titolo del mondiale costruttori. Fu il suo ultimo anno nel team: lo aspettava un cavallino rampante rosso fuoco.
Era il 1996 quando la storia iniziò a cambiare. La scuderia di Maranello voleva tornare a vincere dopo 17 anni e decise di puntare sul due volte campione del mondo Michael Schumacher. E non sbagliò. Non fu subito tutto rose e fiori, anzi. Ci volle qualche anno per far quadrare tutto, ma l’attesa ripagò senza dubbi i tifosi ferraristi.
Nel 1999 Schumacher fu vittima di un gravissimo incidente in pista, che fece restare con il fiato sospeso tutti coloro che stavano assistendo alla gara. Nel Gran Premio di Silverstone, infatti, a causa di un problema ai freni, il tedesco finì contro le gomme di protezione. L’impatto fu forte e gli comportò la frattura di tibia e perone, tenendolo lontano dalle corse per un lungo periodo. Tornò in occasione del penultimo GP in Malesia, dove conquistò la pole e, dopo essere stato in testa tutta la gara, cedette la vittoria al suo compagno di scuderia Eddie Irvine.
La F1-2000 era una monoposto davvero competitiva e il pilota che la guidava non era da meno. Il testa a testa in quella stagione fu con la McLaren del due volte campione del mondo Mika Häkkinen e David Coulthard. Il mondiale si decise a Suzuka, con una gara d’anticipo, dove Schumacher, rimontando il finlandese, conquistò il suo terzo titolo iridato e soprattutto il suo primo con la Ferrari. Il primo di tanti. La scuderia di Maranello, dopo 21 anni d’attesa, tornò sul tetto della Formula 1, vincendo sia il mondiale piloti che quello costruttori.
Dal 2000 al 2004 fu sempre la stessa storia: Ferrari e Michael Schumacher. Una garanzia. La scuderia forniva una monoposto competitiva e il tedesco non deludeva. Chiuse il 2001 con 9 vittorie e 11 pole positions, mentre l’anno successivo i successi salirono a 11. Nel 2003 la competizione fu più accesa, soprattutto contro un giovanissimo Kimi Raikkonen, pronto a conquistare il suo primo titolo. Il finlandese lottò ardentemente per tutta la stagione, ma concluse alle spalle di un sei volte campione del mondo. Nel 2004 Schumacher ottenne 13 vittorie, segnando un ulteriore record: nessuno come lui.
Dopo un primo ritiro, arrivato nel 2006, Michael tornò alle corse per ben 3 anni, nel team che per primo gli aveva aperto le porte. La Mercedes, appena costituitasi acquisendo il team Brawn, lo assunse per tre anni, dal 2010 al 2012, al fianco di Nico Rosberg. Non fu il ritorno che tutti attendevano, infatti, il tedesco raggiunse solo una volta il gradino basso del podio e chiuse i campionati rispettivamente al settimo, ottavo e tredicesimo posto.
Nonostante tutto, con 7 mondiali vinti, 155 podi, 91 vittorie, 1566 punti e 68 pole positions, Michael Schumacher resta una delle icone intramontabili di questo sport. Onore sempre a Sua Maestà.
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