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Cinema e teatro: Marina Confalone si racconta

Giancarlo Palmese
Giancarlo PalmeseRedazione Informare
30 novembre 20184 min di lettura

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Cinema e teatro: Marina Confalone si racconta

Marina Confalone nasce a Santa Lucia. Vive tuttora lì, in un antico palazzo raffinato di fronte al mare, dove è cresciuta insieme alla sua famiglia.

«Vivo molto ritirata, perché pur rispettando il prossimo preferisco di più la solitudine e lo studio», ci racconta per iniziare l’intervista, mentre ci versa una tazza di caffè. Di recente ha partecipato al film di Edoardo De Angelis “Il vizio della speranza”, interamente girato a Castel Volturno: «Il tema è delicato, ossia il traffico di donne incinte, ed io interpreto un personaggio spregevolissimo; sono stata fortunata ad essere guidata da De Angelis, il quale ha normalizzato la cattiveria del ruolo, perché nella vita reale la differenza tra male e bene è molto sottile. Di solito non mi faccio guidare dai registi, ma De Angelis è uno di quegli artisti con cui vale la pena confrontarsi, quelli che seguono una voce interiore e non l’abbandonano mai».

La Confalone ci sembra da subito essere una donna energica con una spiccata sensibilità che emerge da ogni sua parola e dai suoi profondi sguardi. Del Buddhismo, che pratica da un paio di anni, dice «Mi sta cambiando, regalandomi pazienza e fiducia nella vita».

Il suo lato spirituale si riflette anche in ambito professionale, tant’è che lo scorso anno ha messo in scena un racconto di Kafka dal titolo “Una relazione per un’accademia”, da cui è stato tratto un mediometraggio ad opera della regista Antonietta De Lillo, presentato fuori concorso al Festival di Venezia e che ha conseguito il Nastro d’argento speciale. «In questo testo di Kafka ho trovato la mia via di uscita, dopo aver avuto difficoltà nell’ambiente lavorativo napoletano. Queste difficoltà sono dovute al fatto che io credo tanto nella libertà degli artisti, invece in questo mondo devi appartenere ad un carro o un altro, devi sempre sottostare a qualcuno. Ognuno ha la sua dignità di artista, si dovrebbe essere rispettati per quello che si fa, ci vorrebbe maggior sincerità nei rapporti umani. Questo testo parla proprio di libertà e dell’impossibilità di essere liberi in questa società. Addirittura una scimmia è costretta a diventare un uomo così da non essere rinchiusa in gabbia. Perde la sua dignità di scimmia pur di salvare la sua libertà».

Inevitabilmente ci ritroviamo poi a parlare di teatro e dei suoi 45 anni di carriera: «Il teatro ha la missione di far riflettere l’uomo, sulle difficoltà sociali ed esistenziali del proprio tempo. Io ho avuto due grandi maestri, Eduardo De Filippo prima e Carlo Cecchi poi. Eduardo ti diceva quello che si doveva fare, Cecchi mi ha fatto capire perché bisogna fare una cosa, e la grande importanza del rapporto in scena. Eduardo aveva grande stima di me, ma era troppo, una presenza che metteva pressione; noi attori eravamo quasi terrorizzati e ciò ti limita. Appartenendo ad una famiglia di alta estrazione ed essendo molto estroversa, mio padre, forse confuso dall’immaginario americano alla Leslie Caron, mi volle mandare a tutti i costi ad una scuola di recitazione. Il primo giorno mi divertii tantissimo, facevamo delle improvvisazioni. Ho scoperto quasi allora la mia risata e così, a 17 anni, ho capito che avrei dovuto fare la attrice».

Sebbene ostacolata dalla famiglia nel momento in cui decide di intraprendere appieno la carriera, la Confalone non ha mai smesso di inseguire la libertà. «E’ stata una vita difficile, ma poi pian piano sono arrivate le soddisfazioni – dice indicando la mensola con i tre David di Donatello (in realtà ne ha vinti quattro, ma uno lo regalò nel ’93 alla promettente Alessia Fugardi, ndr.) – indubbiamente “Così parlò Bellavista” è stato un film importantissimo per me. Era magico. Purtroppo ho rifiutato di interpretare Rachelina nella riproposizione teatrale che è stata fatta di recente in omaggio ai 90 anni di Luciano De Crescenzo, ma alla mia età potevo mai mettermi a fare per altri due anni la scena della lavatrice?! (Ride, ndr)».

Marina Confalone è una donna incredibile. Ha qualche rimpianto, come quello di aver rifiutato più volte ruoli in televisione, molti prestigiosi in prima serata del sabato accanto a Pippo Baudo. Ma del resto quello non era il suo mondo, quello dell’apparenza e dell’immediatezza; il suo è il mondo dei rapporti umani, quello più profondo, in cui emozioni e valori hanno più importanza. Nella sua vita non ha mai accettato un compromesso, mai richiesto facilitazioni professionali.

«Mi piacerebbe scrivere una commedia su un artista che vorrebbe lasciare qualcosa agli altri. Intanto, sto scrivendo un’autobiografia, grazie alla quale posso tirare le somme della mia esistenza, ma soprattutto per capire meglio chi sono. Io mica lo so chi sono. Chissà se mai lo saprò…»

di Fulvio Mele

Tratto da Informare N°188 Dicembre 2018

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  • #cinema
  • #film
  • #marina confalone
  • #teatro
Giancarlo Palmese
Redazione Informare

Giancarlo Palmese

Tra i soci fondatori dell'Ass. "Centro Studi Officina Volturno" impegnato socialmente. Grapich Designer - Fotografo - Videomaker

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