
Voglio fare una provocazione per aprire questo articolo. Il cinema nazionalpopolare italiano non-comico, è banale. Parlo di quelle decine di film che, a meno di non avere un gimmick, che permettono di esplorare un tema più ampio (esempio: Non odiare di Mauro Mancini presenta un medico ebreo che sceglie di non salvare la vita a un neofascista, per esplorare le profonde ferite dell’odio nel nostro paese) sono un semplice dramma familiare/romantico/tra amici, un po’ alla Muccino.
Non lo dico in tono negativo: questi film – anche quelli di Muccino – sono spesso molto ben scritti, hanno performance degne di essere riviste, presentano esplorazioni dei legami e rapporti interpersonali che non hanno nulla da invidiare a dei classici del cinema.
È, tuttavia, il banale: quello che ognuno di noi quasi di sicuro vivrà nella propria vita, a prescindere dal proprio lavoro, traumi, incidenti, militanze, successi. È difficile renderlo perciò interessante senza attoroni, grandi copioni o, appunto, gimmick.
La genialità di “Maschile singolare” sta perciò nel fatto che ha sì un gimmick, ma il suo gimmick è proprio la solita banalità sopramenzionata… ma in chiave gay. Inizia con il divorzio del protagonista Antonio dal suo compagno, e racconta la difficile ricerca di una propria indipendenza che il giovane compie una volta privato del guscio della relazione.
Cerca lavoro, si iscrive a un’app di dating (quale? Ovvio), cerca una stanza, si butta nel sesso occasionale, si fa dei nuovi amici, si butta nel sesso occasionale con degli amici, cerca di nuovo l’amore, cerca insomma di fare il giocoliere con le mille palle che la vita ci impone.
di Lorenzo La Bella
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°221 – SETTEMBRE 2021
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